Io sono Kurt

Io sono Kurt

Vent’anni fa Andrea Brighi aveva vent’anni ed era divenuto un deejay amatissimo con il nome di Kurt grazie a Stefano Zanchi, il mitico Diavolo Biondo di Radio Punto Nord in Friuli. Dopo successi e gelosie era stato emarginato, si era convinto di essere stato derubato, se ne era andato da Trieste e ora si arrangia nel locale romano Blue Flash rilanciato da Tiziano, il furbo fratello della moglie Rita, ex commessa nel negozio di dischi vicino piazza Venezia. Sta viaggiando verso la Svizzera con una borsa piena di banconote per portare i loro incassi (in nero) al Credit Suisse di Lugano, quando gli sembra di vedere Stefano in una Mercedes blu. Devia, lo segue, torna nella città della radio e delle imprese di gioventù. Mentre lo cerca si ferma alla pensione Ghega e continua a ripensare ad Anna, zigomi alti e frangetta, un triangolo di piccoli nei tondi e neri sopra e in mezzo al seno, la studentessa di matematica originaria di Taranto che stava in qualche modo con entrambi. Stefano era un dominante, lei ne subiva fascino e violenza, lui ci capiva poco. Andrea dai lunghi capelli venne svezzato: si faceva di semini viola, sperimentava sesso a tre (threesome), riusciva a tenere tutti in pista fino all’alba. Ora risente sdoppiarsi la personalità, motivi antichi e moderni, pensa di desistere ma gli rubano i soldi, inizia un nuovo trip tra la cameriera visionaria slovena trentenne Svitlana, la sua amica ragazzina discinta Nadia, la vecchia maligna padrona, altri loschi figuri…

Quel che conta nel secondo romanzo del regista radiofonico del mitico “Ruggito del coniglio” Paolo Restuccia (alla Rai dal 1987, molto impegnato anche come formatore di scrittura creativa) è la colonna sonora, elemento portante. Le otto pagine finali sono dedicate a riassumere l’ottima musica che gira in tutti i brevi capitoletti del testo, da Sakamoto a Bob Marley, una sessantina di brani. Vengono citati titoli, autori, contesti, anni di motivi che fanno una straordinaria storia della seconda metà del Novecento. La narrazione è in prima e il protagonista ogni tanto si rivolge al lettore (“tu”) suggerendo di fermarsi un attimo, di aprire YouTube e di passare qualche minuto ad ascoltare il pezzo citato, parole e musiche “creative” indispensabili a seguire la vicenda, gli umori, le emozioni, le passioni, le bugie, i ricatti. L’espediente forse può anche funzionare, perché ogni tanto il racconto inciampa, difetta di scorrevolezza, fra continui rimbalzi passato-presente, Andrea-Kurt, ricordi-aspettative, apparizioni-finzioni, gesti-suoni, dolori-rumori. La pensione ormai è decrepita, aperta per coppiette che vogliono infilarsi e per il solito giro di prostitute, gli danno la stessa stanza (206) di venti anni prima, anche se ora non ha più i bermuda e veste un abito Tommy Hilfiger. Cibo e bevande di risulta. Sesso violento ‒ c’è a chi piace ‒ dall’una e dall’altra parte: “la regola delle donne è la trasformazione, il loro corpo cambia un’infinità di volte in una vita e spesso è questo che ci confonde e ci attrae, a noi uomini”. Chissà.



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