Io sono quello che se ne va

Io sono quello che se ne va

Dennis Bellini fa la spola tra Tel Aviv e Dublino. In Israele c’è Myriam, la sua ragazza, mentre in Irlanda c’è il suo lavoro di Exhibition Planner. Il volo El-Al per Amsterdam è tutto gomitate, cappotti scuri, un pranzo kosher poco saporito e inutili tentativi di addormentarsi. Non vede l’ora di sbarcare ad Amsterdam e, da lì, partire per Dublino. Gli sembra di vivere facendo scali continui ma non può farne a meno dato che ormai la sua vita è interamente improntata in questo modo. Una volta atterrato sa che ci vorrà del tempo prima che ci sia la coincidenza per Dublino. Si immagina seduto a un bar, cercando di mettersi in contatto col mondo via Skype con una connessione capricciosa. Sa di dover lavorare a vari allestimenti e non può permettersi di perdere troppo tempo. Quest’anno si aspetta nuovi personaggi, tipo artisti a fine carriera o eterni esordienti senza speranza ma non è proprio ciò che desidera più di ogni altra cosa. Quando stipulò il suo contratto con la pck Art di Dublino non si aspettava che sarebbe stato immediatamente relegato a un ruolo organizzativo, avendo dovuto dire addio in un battibaleno alle sue ambizioni di carriera come agente…

Un po’ diario di viaggio un po’ romanzo di formazione, questo Io sono quello che se ne va, importante fatica di Davide Pignedoli, non riesce a toccare le corde giuste pur avendo tutte le carte in regola per poterlo fare. La “bilocazione” del protagonista, che fa la spola tra Dublino e Tel Aviv, è occasione per raccontare con dovizia di particolari realtà diverse dalla nostra, ma mentre nella descrizione della città israeliana e delle sue contraddizioni l’autore dimostra di sapersela cavare, nella parte ambientata a Dublino non riesce mai a dare un taglio autentico e realistico, bloccando la vicenda tra dialoghi banali e privi di mordente. Purtroppo, salvo alcuni sprazzi di interesse, la maggior parte delle 300 pagine del romanzo viaggia piatta e senza identità, con lo scrittore che, pur stando coscienziosamente attento alla forma, non riesce a dare alla sua creatura quel soffio vitale necessario a conferirgli una sua propria autentica dimensione. Io sono quello che se ne va fa rabbia per ciò che sarebbe potuto essere, un vero e proprio “romanzo della Generazione Erasmus” abituata a vivere al di fuori dei confini dei propri Paesi, costantemente in contatto su Skype per accorciare distanze che si fanno sempre più brevi, e legata a un mondo vorticoso e iper-tecnologico. La verità è che ci troviamo davanti un libro che scorre (e neanche troppo) senza lasciare traccia e questa è forse la sua peggiore colpa, al di là di ciò che sarebbe o non sarebbe potuto essere. Menzione a parte per la fastidiosissima traduzione simultanea nei dialoghi in lingua straniera, scelta stilistica volta forse a dare più veridicità alla narrazione ma totalmente deleteria per chi si trova a dover leggere cose tipo “How’s the tv in Israel?”. Com’è la tv in Israele?



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