Io speriamo che me la cavo

Io speriamo che me la cavo

Quando c’è la famiglia da aiutare economicamente, anche a dodici anni puoi guadagnare qualcosa dal meccanico dietro la scuola, e andare allo scasso a recuperare qualche pezzo – spacciato poi per nuovo dal titolare – significa venire a conoscenza di tanti traffici strani… A volte è impossibile essere concisi riguardo certo argomenti; per esempio, come raccontare i mali del Sud? “I guai sono un po’ molti al Sud, e io non li posso descrivere tutti”… Che tenerezza fa il ragazzino che racconta del medico di famiglia “che non ingarra” mai la malattia giusta quando qualcuno a casa sta male. E così il papà deve chiamare l’altro medico, che ci capisce di più ma costa 100.000 lire. Per questo, quando va via, il papà bestemmia e rompe tutto, e “Io nel letto piango perché è stata colpa mia”… Nel tema in cui bisogna descrivere la propria scuola si legge che questa è messa davvero male e spesso sporca perché “i bidelli sono tutti della camorra e non vogliono fare niente. Il direttore li grida e quelli gli bucano le ruote”… Quando il maestro ha parlato dei doni di Dio, un bambino ha voluto evidenziare quanto l’acqua sia certamente un grande dono, e “Se Gesù non mandasse l’acqua, un guaio. Le piante si arrognerebbero, gli alberi mosci, la terra ha sete, gli animali morissero, io morissi”… Esistono anche episodi tristi nei temi, come quello del bambino che racconta del malessere della sua mamma, costretta al ricovero al Cardarelli, ma si sa che “Al Caldalelli è meglio morire”… A volte si tratta di fare semplici constatazioni, “A Arzano meno male che siamo tutti poveri. A Arzano non c’è nessuno che chiede la limosina perché sa che nessuno gliela può dare”… Però ci sono anche cose semplici semplici, proprio come a Carnevale, “L’hanno scorso io mi sono vestita da Cenerentola, e pure quest’anno mi vestirò da Cenerentola, perché il vestito è facile, basta che prendi delle pezze”… Altre sono invece assai più difficili da dirsi ma c’è chi non ha timore a farlo per una questione di ruoli, “La fame nel mondo è assai. Il mondo fa schifo, io non ho paura a dirlo, perché sono il capoclasse, e certe cose posso dirle”…

Nel 1990 il maestro elementare Marcello D’Orta pubblica una raccolta di sessanta temi scelti tra i tanti dei suoi alunni di Arzano, comune dell’entroterra nord di Napoli. Scrive nella breve introduzione, “Quanti temi avrò letto nei miei dieci e più anni come insegnante in un sobborgo napoletano? Non lo so, ne ho perso il conto. Ma non li ricordo perché ordinati o disordinati, tristi, giocosi e persino polemici, tutti mi hanno sempre detto e a volte dato qualcosa. Tanto che alcuni li ho conservati e ora ho voluto raccoglierne una sessantina tra i più sorprendenti. Credo che valga la pena di conoscerli”. Nato e cresciuto nei vicoli della città partenopea con altri sette fratelli, morto nel 2013 per un tumore, D’Orta ha insegnato in tutte le zone più degradate dell’hinterland e quindi conosce benissimo la quotidianità problematica che emerge vivida dai racconti dei suoi giovani scolari, con tutta l’innocente ingenuità della loro età tanto negli aspetti più drammatici che in quelli più divertenti. Spontanea è l’ironia come ineluttabile e sentita d’istinto la condizione sociale, economica, sanitaria delle loro vite. I temi, sgrammaticati e dalla sintassi scombinata, sono sinceri e divertenti. Non si può non ridere leggendo delle case sgarruppate diventate poi proverbiali per tutti, o delle lezioni di storia sui primitivi che non sapendo come passare il tanto tempo di cui disponevano facevano gli spiringuacchi sui muri delle caverne, o di quelle di scienza riguardo agli animali ai quali non viene l’infarto “perché non bevono caffè”. Ma il sorriso è spesso amaro, perché quella del maestro D’Orta è una esperienza di vita vera e rispecchia la realtà di una Napoli anni ’90 che, seppur vista attraverso lo sguardo pulito dei bambini – magari cresciuti in fretta per necessità ma pur sempre bambini -, era tragicamente vera e, con tutta probabilità, non molto dissimile da quella di oggi, a trent’anni di distanza. Il bambino orgoglioso delle 15.000 lire che può lasciare a casa alla famiglia, frutto del suo lavoro presso l’officina meccanica dietro la scuola, l’episodio delle ambulanze che non partono dagli ospedali per favorire quelle private mettendo a rischio la salute delle persone, la prostituzione, il contrabbando, la camorra, fanno tutti parte del quotidiano di questi bambini e delle loro famiglie, e il filtro del loro sguardo terso non basta a cancellarne la drammatica veridicità. Marcello D’Orta parlava di “humor involontario” presente in questi temi, e del suo mestiere e del dialetto lasciato intatto nella raccolta ha detto, come si legge in un articolo comparso sulla “Gazzetta del Sud” il 29 dicembre 2005: “Io, modesto maestro elementare, dissento da glottologi, filologi e professori universitari. Il dialetto nasce dentro, è lingua dell’intimità, dell’habitat, “coscienza terrosa” di un popolo, sta all’individuo parlante come la radice all’albero; nasce nella zolla, si nutre nell’humus, si fonde nella pianta stessa. È, insomma, l’anima di un popolo”. Definito caso letterario e sociologico, all’epoca Io speriamo che me la cavo fu una vera novità che, in seguito, ebbe una serie di imitazioni e diede inizio a un vero e proprio filone editoriale. Una lettura commovente, drammatica, ironica, triste, poetica, leggera, capace di restituire vivida l’immagine di questi bambini allegri, furbetti, saggi, rassegnati di una rassegnazione imparata da generazioni. Poco a che fare, insomma, con gli stupidari della maturità, della scuola, della medicina che seguirono, più fresco e spontaneo e diverso anche da altri libri simili che lo stesso maestro D’Orta pubblicò negli anni successivi. Nel 1992 Lina Wertmüller gira il film omonimo, interpretato da Paolo Villaggio, e nel 2007 viene portata in scena anche una commedia musicale con Maurizio Casagrande, con le musiche di Enzo Gragnaniello. Riguardo al film esiste una curiosità. È stato girato nel borgo antico di Taranto e di altri comuni pugliesi, romani e napoletani, perché pare che quando la troupe arrivò a Napoli per girare fu avvicinata da personaggi affiliati alla malavita che chiedevano il 10% del budget del film per permettere le riprese. Benché sia un po’ datato, sfogliare questo best seller da 2 milioni di copie significa ridere di cuore ma, come trent’anni fa, con un retrogusto – si diceva - amaro, oggi forse di più perché purtroppo capita che la cronaca ci suggerisca ancora che in molte zone del sud Italia il tempo non abbia modificato di molto la realtà.



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