Ipotesi di viaggio

Ipotesi di viaggio
Seduto al bancone di un bar dall’insegna che “s’illumina a intermittenza” e servito da “un uomo alto e magro con un grembiule bianco”, un giovane uomo cerca angosciosamente di ricordare chi è, ma non ci riesce. Così, dopo aver scambiato alcune parole frettolose con il barista, esce dal locale e si ritrova in una strada deserta e avvolta dalla nebbia. Sconcertato e spaventato, decide di raggiungere una fioca luce che si vede in lontananza, ma una volta lì, suo malgrado e senza alcuna apparente e logica spiegazione, viene catapultato prima in una casa dal corridoio “interminabile” e corredato da “centinaia di porte tutte uguali”, poi nuovamente nel bar e infine in una specie di sala cinematografica. Qui, inaspettatamente, viene proiettato un film sulla sua vita: si chiama Roberto, è un orfano, è stato allevato dagli zii materni in una famiglia funestata da fatti criminosi, egli stesso si è macchiato di atroci crimini ed è morto in modo violento. Dopo la proiezione, Roberto è sconvolto, viene sopraffatto dal panico e da dubbi assillanti: qual è la natura del luogo in cui si trova? Come ci è arrivato? È realmente morto? Nel frattempo, all’interno del bar dall’insegna che “s’illuminava ad intermittenza”, un altro uomo smarrito, tale Giuseppe, cerca di ricordare la sua vita. Ad accoglierlo c’è il medesimo barista che ha ascoltato Roberto, si fa chiamare Carmine - ha letto quel nome su “una busta dietro il bancone” – e dialogando con Giuseppe si rende conto che anch’egli, come quest’ultimo e come Roberto, non ricorda nulla di sé. Cosa unisce Giuseppe, Carmine e Roberto? E perché si trovano lì?...
Formato da tre parti concentriche e costruito – come suggerisce, a ragione, la quarta di copertina – con “gli elementi classici della narrativa thrilling” e “con quelli di generi differenti (il giallo, il noir, la letteratura fantastica e umoristica, la gangster story)”, Ipotesi di viaggio è come una golosa torta a strati dal ripieno intenso e inebriante, frutto della mescolanza di fatti terreni e cruenti con accadimenti contemplativi, irrazionali e sensibilmente fantasiosi. Ogni pagina, sfogliata e assaporata, apre la porta a immagini dolorose, a percezioni evanescenti, a figure strane e misteriose, a ipotesi sconcertanti, a spiegazioni illogiche e a sfuggevoli soluzioni: una mistura saporita e liquorosa che stordisce e seduce. Così, leggendo di Roberto, Giuseppe e Carmine, si prova una specie di piacevole asfissia, un affanno che è identificabile con la bramosia soffocante di conoscere una lettura che sa intrigare: un desiderio insistente che rende famelica la sete di conoscenza dell’avido lettore il quale, strozzato dalla voglia di scoprire ogni angolo del suggestivo racconto, si ciba delle pagine per riuscire a respirare e, dopo averle assaporate, tira il fiato e, assai soddisfatto, si compiace di quella conoscenza. È così che Silvia Obici soffoca e attrae: servendo l’incredibile “ipotesi di viaggio” di tre miserabili uomini che, ritrovatisi all’interno di un luogo indicibilmente misterioso, ripercorreranno le strade tortuose del loro passato e si prepareranno a far parte di un futuro che sa di eternità. 

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