Iron Towns

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Squilla il telefono. È il suo passato che chiama. Dee Dee sa che si tratta del suo ex marito Goldie prima ancora che lui dica una parola, “ne immagina il volto bello e sprezzante anche dopo vent’anni”. Poi lui parla, naturalmente. È in prigione, forse, ma pare stia per uscire, manca poco. Vuole vedere la sua bambina, dice. Afferma di essere in pericolo. La “bambina” si chiama Alina e in realtà è già una ragazza da un po’, ha finito la scuola d’arte. E Goldie non è veramente in pericolo: sì, la famiglia di Dee Dee era fatta di criminali, ma il loro potere è tramontato da un pezzo, ormai lei non è più “la figlia di…” ma solo una bellezza sfiorita, una che da giovane faceva la cantante e oggi è la proprietaria di un pub di una piccola città. Iron Towns, con la s plurale, nonostante negli anni ’70 le autorità abbiano provato a metterla al singolare. Un ex borgo minerario, con case che si spopolano, due fiumi con moli deserti e gru arrugginite, rabbia e malinconia. Anche l’Irontown Football Club non se la passa certo bene: l’unica cosa che va forte è il merchandising delle maglie marroni – che peraltro ai tifosi fanno schifo, le ha imposte un presidente di qualche anno fa –, ma i risultati non arrivano, si arranca nelle serie minori nonostante Liam Corwen. Il capitano. Tatuaggi enormi raffiguranti i miti del calcio, muscoli duri, noie con la giustizia, due ex mogli – la prima è Dee Dee, la seconda una modella di biancheria intima scandinava –, una carriera che non è andata come poteva andare (una presenza in Nazionale, ma ha giocato meno di un minuto), Liam è tornato a giocare nell’Irontown dopo una oscura esperienza nel Kallevelo, in Finlandia. Il calcio è stato la sua vita. E sulla sua vita, sul calcio, rimugina continuamente…

Qual è la magia del calcio? Riuscire a ibridare società (lavoro, fabbriche, marciapiedi, rabbia, identità, bar, botte, politica, bandiere) e sogno (personaggi da cartone animato, imprese leggendarie, favole, illusioni). In una piccola città industriale della Gran Bretagna dunque l’accostamento è ancora più stridente, la magia è ancora più potente, il racconto del calcio ancora più suggestivo. Perché la Gran Bretagna è la patria del calcio e le storie di calciatori che combattono nel fango delle serie minori inglesi sono mitologia di una mitologia. Perché quando i calli alle mani si uniscono alle vesciche ai piedi il magone è assicurato. Anthony Cartwright, ex insegnante di liceo e figura di spicco della narrativa britannica, ha la sensibilità giusta per raccontare vite e sfondi che piacerebbero a Ken Loach (l’allenatore anziano e la sua dentiera, i pub, gli ex minatori, i rimpianti, le ferite, i problemi di un tessuto sociale in disfacimento) e a questo unisce la capacità affabulatoria di un Federico Buffa mentre racconta leggende del calcio che fu (Eusebio, Di Stefano, Cruyff) e il tramonto malinconico di un leone tatuato visto dal campo – non mancano infatti le sequenze narrate in soggettiva durante partite. C’è anche una storia d’amore, una di quelle amare, di quelle che avrebbero potuto andare in un certo modo e non ci sono andate. Insomma tutto il meglio del realismo sociale e tutto il meglio dell’iperrealismo calcistico. La deliziosa veste grafica realizzata dalla 66tha2nd fa il resto.

LEGGI L’INTERVISTA A ANTHONY CARTWRIGHT



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