Isabel

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La dolorosa scomparsa di Ralph Touchett, suo cugino, porta Isabel in Inghilterra, fuori dalla dorata prigione romana in cui è costretta dal suo opprimente matrimonio. Nonostante il marito abbia espresso una netta opposizione al fatto che la moglie se ne vada in giro per l’Europa da sola, Isabel non può mancare alle esequie del ragazzo cui è da sempre legatissima. Al dolore della perdita si somma un turbinio di emozioni diverse: lo stupore per l’eredità enorme che sta confluendo nelle sue tasche (e del marito) e il tormento suscitato dalle recenti scoperte sulla sua vita coniugale. Il suo matrimonio è stato una farsa, una tela di ragno tessuta abilmente ai suoi danni nel corso degli anni, e ora, che fare? Da dove ricominciare? Un impulso improvviso porta Isabel, accompagnata solo dalla fedelissima Staines, alla banca Touchett dove la donna preleva una ingentissima quantità di denaro contante, che poi dimentica a casa di un’amica con la quale cerca una confidenza che la possa assolvere dagli errori del passato. È però evidente che dovrà a un certo punto interrompere quel suo viaggiare, quel suo recuperare i punti fermi della sua vita, e tornare in Italia per affrontare Gilbert e mettere la parola fine alla loro vita insieme e al castello di bugie in cui vive da anni. Non è però Roma il teatro dello scontro finale tra i coniugi Osmond, bensì Firenze, dove i due si incontrano dopo una serie di (fortunate?) coincidenze che hanno coinvolto anche la tappa parigina del viaggio palingenetico di Isabel…

Banville e James, uniti dalla storia di Isabel Archer. Dove Ritratto di signora di Henry James si chiude, infatti, lì riprende il romanzo attuale, con gli stessi colori, gli stessi toni del primo romanzo e una storia nuova ma coerente e compiuta in sé stessa. Se il romanzo ottocentesco era la storia di un sogno infranto, della disillusione, dell’ardore della gioventù che in qualche modo si scontra contro l’asprezza della vita adulta, qui finalmente la povera Isabel ha la sua possibilità di riscatto. Volendo partire dalla fine, la trama che la protagonista intesse è perfino più complessa ed elaborata di quello che era nelle sue intenzioni, in una sorta di contrappasso di cui Isabel è certamente motore ma non responsabile fino in fondo. Come a dire, la purezza del suo spirito e la lucidità del suo acume, che si ama nel romanzo “primigenio”, non devono venire sporcati da banali desideri di vendetta. Ce ne sono ben altri, di personaggi che possono incarnare i sentimenti più sordidi, le macchinazioni, ma non lei. Se l’intreccio narrativo è del tutto originale, nel suo sviluppo, un certo impegno deve essere costato al prolifico autore riproporre le medesime volute linguistiche, l’attenzione ai dettagli, l’indugiare su una parola, un profumo, una sensazione. Il lettore si ritrova di nuovo immerso nell’atmosfera ottocentesca del prodromo, in quella manierata lentezza che contribuisce alla composizione generale dell’affresco narrativo. Una lettura che richiede una passione per il genere, tempo, materiale ed emotivo, e dedizione per accompagnare la protagonista nella sua nuova stagione di consapevolezza e rinascita.



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