Iscrizioni funerarie romane

Un’antologia di testi epigrafici dal III secolo a. C. al IV secolo d.C., selezionati seguendo un criterio esclusivamente letterario dal Corpus Inscriptionum Latinarum (1863-1959), dai Carmina Latina Epigraphica del Buecheler (1926) e dalle Inscriptiones Latinae Selectae (1892-1916) del Dessau. Oltre a testi sepolcrali, sono presenti scritte a carbone e/o graffiti pompeiani, “sortes” (cioè pronostici incisi su lamine appese a fili) e “tabellae defixionis”, cioè sortilegi o maledizioni scagliate contro rivali in amore o avversari politici che venivano incise su lamine di piombo che venivano gettate in pozzi e fiumi o sepolte nelle tombe. Una galleria di iscrizioni funerarie e di caratteri: dallo stacanovista o sfruttato Lemiso (“Solo la morte mi dispensò dal lavoro”) allo scioccato diciottenne Cneo Cornelio Basso (“Scherza, divertiti, te lo consiglio: qui regna estremo rigore”), dal perplesso Sesto Perpenna Fermo (“Ho vissuto come ho voluto. Per quale ragione sia morto, lo ignoro”) all’anonimo buffone muto che “Ebbe per primo l’idea di fare l’imitazione degli avvocati”, dal centurione Marco Celio “caduto nella battaglia di Varo” (cioè nel massacro di Teutoburgo, e quindi privo di sepoltura) al sarcastico Lucio Annio Ottavio Valeriano (“Speranza, Fortuna, vi saluto. Non ho più niente da spartire con voi. Prendetevi gioco di qualcun altro”), dalla nonna e il nipotino sepolti insieme (“(…) vide appena la luce lui che avrebbe potuto vivere ancora, e lei che non voleva più vivere non riusciva a morire”) al cliente soddisfatto di un lupanare di Pompei (“Qui ho chiavato molte ragazze”). E centinaia di altri…

Malgrado l’argomento non proprio glamour, un libro travolgente, piacevolissimo da leggere, traboccante di spunti e informazioni. Illuminante davvero per esempio la legenda delle sequenze di lettere (per me fino a oggi misteriose) che accompagnano le iscrizioni sepolcrali (la sequenza di prenomen, nomen, patronimico, origo, tribus, grado militare, età in anni mesi e giorni, anni di matrimonio o servizio prestato), strumento essenziale per interpretare le epigrafi e comprendere le storie che ci stanno raccontando. Storie preziose per capire come vivevano, cosa pensavano i nostri antenati perché si tratta di iscrizioni funerarie concepite – al contrario delle nostre di oggi – per essere lette dagli estranei e non solo dai cari del defunto, per comunicare notizie sulla sua vita e/o sulla sua morte, esprimere pensieri addolorati o ironici, dare consigli o precetti a chi le leggeva. Una dimensione pubblica e comunitaria della morte molto lontana dai nostri cimiteri enormi, chiusi, isolati dalla quotidianità dei sopravviventi, burocratizzate anagrafi di storie che rimangono private, nascoste dietro la minimalità di nomi, date e fotografie. Questo modo di intendere l’iscrizione funeraria così diverso dal nostro va a creare un vero e proprio genere letterario: un genere che emoziona, commuove, persino diverte. Come scrive la curatrice Lidia Storoni Mazzolani nell’introduzione: “È la poesia umile degli anonimi; prosegue dal sepolcro il colloquio con i vivi, lancia il suo appello a una sosta, a un momento di meditazione, minaccia chi oserà violare o contaminare quel piccolo terreno consacrato; rivela la filosofia del defunto, la sua cultura — quando cita autori famosi — infine la sua verità segreta e profonda”.

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