Isola

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Suðuroy è l’isola più meridionale del piccolo arcipelago delle Faroe. Non è semplice arrivarci per questo i legami familiari rimangono incastonati nei fiordi senza subire troppi mutamenti. Quando sua nonna Marita muore nella casa di cura nel verde dove ha passato gli ultimi anni di vita, una giovane donna danese intraprende un vero e proprio cammino interiore per mettersi sulle tracce del passato che sente scorrere nelle vene. Sa da sempre che quella nostalgia verso quel piccolo scampolo di terra l’ha ereditato da quella coppia che tanto tempo prima ha lasciato l’asperità rocciosa verso la comoda Copenhagen. Lei non sa nemmeno pronunciare correttamente il suo nome in faroese, ma è sicura di appartenere solo lì. A Suðuroy, oltre ai mille parenti che nemmeno la lingua danese riesce facilmente a decifrare, trova la verità, quella che per anni sembrava non fosse giusto conoscere. La verità dietro a quel lungo percorso fino all’agognata terraferma fatto da omma, che sognava ciò che non poteva avere tra i gabbiani e gli strapiombi, e abbi, con le sue ambizioni professionali mai realizzate. Su quei sassi e tra le tavole di legno usurate ci sono i ricordi di Ragnar il Rosso, il falegname dall’agilità di un animale selvatico, di Jegman con il suo ciuffo alla Cary Grant e il fascino diabolico, e della prozia Asa con quella casa dall’odore di pecora cotta e l’ospitalità proverbiale. Rami del proprio albero genealogico che hanno dato vita a strani intrecci legnosi in grado di raggiungere le radici fin quasi a sollevarle…

Quello che Siri Ranva Hjelm Jacobsen dedica alle Fær Øer non è un libro ma una canto epico consacrato a un mondo lontano, ancestrale in cui sembra di essere quasi in una dimensione parallela. Le isole sono formazioni passeggere, luoghi galleggianti emersi dalle profondità degli abissi che possono sparire da un momento all’altro portando con sé nel mare il loro passato millenario. È una storia di viaggi in cui le radici vengono lasciate altrove; di andate e ritorni in epoche diverse, destinati a riportare chi li affronta a conoscere se stesso. Si ha la sensazione che la vera abitante dell’isola sia la protagonista che non vi ha mai messo piede piuttosto che i suoi nonni. Il linguaggio è poetico, la narrazione sospesa, tutto sembra fermo; questo ovviamente si riflette sulla lettura che non è semplice. Ci si trascina un po’ come dopo una giornata di trekking tra i fiordi, domandandosi se l’autrice non volesse dimostrare qualcosa presentando un esercizio di stile piuttosto che un romanzo godibile ad un numero maggiore di lettori. Gli eventi raccontati sono sovrapposti come fogli casuali raccolti all’ultimo momento prima di uscire. Le descrizioni della terra natia sono bellissime, ma sono circondate da fiaccanti momenti di sospensione e cambi di voce continui che non sono ben organizzati in una vera e propria coralità narrativa. Una menzione speciale, però, va fatta alla splendida copertina illustrata dalla trentina Federica Bordoni, che con i suoi colori freddi, viranti al verde e blu, descrive perfettamente le atmosferiche nordiche del romanzo.



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