Italia Evolution

Italia Evolution

Una bara sigillata, il forno, un inserviente e il compito che svolge. Lo shock: vedere il retro, un compito normale. Paura di vedere e conseguente baratro del non capire. Roma, Oratorio dei Filippini, facciata di San Carlino nera e affumicata dai gas di scarico, cancerosa, lattine e cartacce intorno: trascurata, in zona marginale emana messaggi metafisici. Luoghi psichici, oltre che fisici. L’insegna di un barbiere, SALA DA BARBA, a Pozzallo, brunita e corrosa, riluttante a seguire l’avanzata volgare e brutale del presente, misteriosa sorella di chi guarda. Crepe, cripte sottopassaggi, nascondigli, come la Storia di Montale: e c’è chi sopravvive. Italia di due Italie. Italia di nostalgia, di amarezza perduta – l’amaro sguardo/sorriso di Marcello ‒ Italia del ready made, della Vespa e degli anni ‘60, del ben fatto e della percezione identitaria proiettata all’estero e che ha finito per influenzare l’idea che abbiamo di noi stessi. Tradizione come celebrazione del morto e finito. Cultura come bene finito, del professionale, del passato, da conservare nelle teche di musei-cimiteri, o da esporre ben confezionata, ordinata, convenzionata, pulita. Narrata una volta sola, come ci si aspetta, come ci può confortare, circondata da zone interdette. Invece, scavare, continuare a scavare e percorrere crepe, zone marginali d’Italia, affondare nei meandri della piccolezza, dell’umiltà, dell’abbandono, del fallimento, e ingrandire la prospettiva in una crescita organica continua. Nuova forma, nuovo inizio, nuovo umano. Arte a cui non si chiede di confermare, di prolungare la rappresentazione, il circuito di maschere, ma che si avvicina al tessuto umano, finalmente al pubblico, si mischia, si innerva, viva. Opera come stato, artisti che interpretano al meglio e in maniera innovativa il XXI secolo…

Christian Caliandro parla di fantasma concreto, e di esser presenti scomparendo. Segni di estremo interesse, nel momento in cui una caratteristica di questo paese, sfuggente, spettrale, pesante, evanescente, inafferrabile, è indagata nella sua importanza. Fantasma che prende corpo, si fa visibile in zone marginali, in cui pullula la vita. Zone di passato e di futuro che si installano nel presente, dilatandolo, occupandolo. Ed è possibile la critica, ci sono spazi per estendere la critica scavando. Abitando il conflitto, anziché rifugiarsi. Cercare il disagio come centro delle proprie attività. Coltivare laboriosamente comunità e relazione. Caliandro evidenzia fin da subito l’impasse che immobilizza larghe zone d’Italia, zone interdette in cui il movimento è precluso, musei-cimiteri, esposizioni e mostre in cui non si smette di esporre, presenziare, intasare ogni angolo con parole vuote, lingua morta, immagini che occludono il retro. Generazioni che negano il confronto. Paternalismo senza padri, figli che accondiscendono, a cui va bene un ruolo piccolo di persona piccola, figli in soggezione, seduti al proprio banco, compitino ben svolto. Una via possibile: rinunciare ad aspettative che non sono nostre e non lo sono mai state. Feconda possibilità insita nella precarietà. Cultura staccata dal reale, dal contesto, dalle persone, cultura da preservare, da presentare su un vassoio lucido in un ristorante di lusso. Cultura morta. No, situazione post-apocalittica e del possibile: cultura, invece, come modo di vivere. Crescita organica, cura per gli altri, altro percepire passato e futuro, attenzione al territorio, mentalità collaborativa. Spazi di apertura, non più esclusivi. Zen e jazz, punk e grunge: aprire all’insolito, allo sconosciuto. Evoluzione: trasformando noi stessi, cambiando noi stessi, adattando noi stessi, verso l’altro da sé. Non più una narrazione imposta, monolitica, confortevole, ma tante narrazioni. Esperirle, immergersi, sporgersi.



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