Jalèb

Jalèb
“Gli erranti delle steppe non conoscevano altro che le cose da fare o da non fare, tra le une e le altre la vita si svolgeva in un’attesa inespressiva”. L’occhio caldo che è in cielo illumina la giornata di Jalèb, della sua compagna Mugàr e della nata troppo piccola per avere un nome. Insieme vagano nel deserto alla ricerca di cibo. Mentre Mugàr e un altro errante cercano qualcosa di commestibile, Jalèb deve stare attento alla neonata: bagna un pezzo di pelliccia nel latte e nutre la piccola. Tiene vivo il fuoco, questo l’ha imparato osservando gli altri erranti anziani, scava nella terra dura e trova qualche tubero di  kràl. Ha troppa fame e non lo cuocerà sul fuoco. L’occhio è alto nel cielo e Mugàr non è ancora ritornata. Jalèb prende le sue cose, un teschio che viene usato come ciotola, alcune pelli e piccole ossa affilate, prende la piccola per il braccio tozzo e grassoccio ed inizia a cercare la compagna. Il deserto è atroce, un posto ostile nel quale vivere. Da lontano intravede alcuni esseri neri che volano nel cielo e sotto di loro i due corpi che un tempo conosceva come Mugàr e Aduc, il suo amico errante. Lascia la nata per terra, si avvicina e si accorge che non si muovono, immobili uno sull’altra come in una posizione sessuale. Sul corpo di Aduc trova uno strano oggetto affilato, più delle sue ossa, fatto di uno strano materiale. Metallo, ma lui non sa ancora cosa sia non sa che si sta scontrando contro il progresso, che presto eliminerà il suo tranquillo ritmo di vita…
Fabbri cura attentamente i dettagli storici-antropologi caratterizzando una storia cruda e veritiera. Gli uomini e le donne delle steppe sono esseri primitivi, hanno un linguaggio scarno fatto di suoni gutturali, conoscono il fuoco e utilizzano qualche utensile di facile costruzione. Perlopiù bastoni e aghi di osso. Non sanno cosa siano le emozioni, infatti quando il protagonista della storia trova la sua compagna Mugàr brutalmente assassinata, la prima cosa che gli mancherà sarà il suo ventre caldo e accogliente. Sopravvivenza. Jalèb  farà anche una spiacevole scoperta, un utensile di strana fattura, tagliente e resistente. Qualcuno in quel deserto è capace di creare oggetti di quella natura. Non è solo, ed è in pericolo. Il significato delle cose viene dilatato nel tempo e nell’effimera vita di Jalèb fatta soprattutto di marce alla ricerca di qualcosa di commestibile e della cura della nuova nata. Un essere come lui, a due gambe, piccolo e debole che deve essere costantemente nutrito. Anche se lontano decine di migliaia di anni fa Jalèb è l’archetipo dell’uomo moderno. Proteggere il più debole e sopravvivere alla crudeltà di un mondo in cui è difficile trovare un luogo veramente sicuro.

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