James Joyce - Scrivere pericolosamente

James Joyce - Scrivere pericolosamente
Come afferma Richard Ellmann nella sua celeberrima biografia di James Joyce apparsa nel 1959, diciotto anni dopo la morte dello scrittore dublinese, “dobbiamo ancora imparare ad essere contemporanei di Joyce”. La forza della scrittura joyciana sta infatti nell’essere senza tempo e ˗ nonostante le sue opere siano quasi totalmente ambientate a Dublino ˗ senza luogo. Una scrittura che si muove sul confine tra tradizione, soprattutto nelle prime prove, e innovazione, discussione filosofica, artistica e strutturale della dimensione narrativa. L’opera di Joyce afferra a piene mani l’esperienza umana e ne fa finzione e creazione; affonda le radici nella storia ma al contempo se ne separa per diventare universale attraverso un banchetto di linguaggi che, sin dalle prime epifanie, diviene ricerca continua e cura infinitesimale della parola e del suono. Perché nessuno come Joyce ha fatto parlare i propri personaggi di poetica, rendendo le proprie opere dei veri e propri saggi di estetica…
Pubblicato in concomitanza con il settantesimo anniversario della morte di James Joyce, Scrivere pericolosamente è una raccolta di citazioni dello scrittore irlandese con la quale lo studioso di letteratura inglese Federico Sabatini offre una panoramica, accessibile anche ai non addetti ai lavori, che abbraccia l’opera, i saggi e il carteggio di uno degli autori più rappresentativi del Novecento. Uno scrittore che Sabatini nella sua introduzione definisce “pericoloso” a causa delle continue sfide che lancia alla vita attraverso l’uso di un linguaggio che si costruisce non “parola per parola” ma “lettera per lettera” e chiama il lettore, quindi, a “leggere pericolosamente, ad affrontare un percorso che, anche quando appare agevole e innocuo, cela in realtà una sfida continua”; perché, dalle epifanie di inizio secolo all’Ulisse, da Gente di Dublino all’esplosione linguistica del Finnegans Wake, quella di Joyce è stata una costante ricerca del raggiungimento della condizione di artista-Dio, creatore di universi e di linguaggi, anzi, come afferma Giorgio Melchiori, un gran banchetto di linguaggi al quale tutti noi siamo invitati e in cui ogni vocabolo può assumere infiniti significati o raggiungere il grado zero. L’intento di Sabatini, che ha saputo vestire bene i panni del Virgilio in una selva che per molti appare oscura e frammentata, è quello di introdurre il lettore nel dedalo dell’opera di Joyce e di immergerlo nel suo pensiero sull’arte, sull’estetica, sulla scrittura, sul linguaggio, sulla critica, sul ruolo dell’artista, in un percorso che si costituisce attraverso le parole dello stesso Joyce e non manca di far emergere il suo lato umano e ironico; di prendere per mano il lettore e aiutarlo ad accettare la sfida di Joyce: una sfida pericolosa e ancora aperta perché, come sostiene il già citato Ellmann, nonostante Joyce sembri essere un autore contemporaneo, dobbiamo ancora, dopo settant’anni dalla sua morte, imparare a conoscerlo e ad assimilarlo in pieno. 

 

 

 
 
 
 
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