Jerry Frost

Jerry Frost

Nel soggiorno della casa di Jerry Frost è sera, la stanza è soffocante, l’ambiente piccolo, l’arredamento è pagato a rate: oggetti di cattivo gusto come i mobili in similpelle con la grana disegnata sopra a posteriori, altri solo vecchi e rovinati. Jarry, trentacinque anni, impiegato della compagnia ferrioviaria con uno stipendio più che modesto, accende il grammofono e abbandona la stanza, ma la signora Frost, Charlotte, l’amata-odiata moglie, petula, si lamenta per il volume della musica, il fatto che il grammofono si usuri e si inasprisce per il semplice fatto di sentire la voce di Jerry, di vedere la sua faccia, uno strano viso naturalmente sprovvisto di sopracciglia. È una giornata come un’altra insomma a casa Frost, si litiga su chi abbia preso il giornale, sul modo di rispondere alle più semplici domande l’una dell’altro, ci si accapiglia perfino su chi debba rispondere al campanello della porta. Jarry Frost aspetta segretamente un contrabbandiere, Charlotte non aspetta nessuno, ed è invece proprio una sua amica ad arrivare. Doris si è appena fidanzata, per l’ennesima volta, e muore dalla voglia di condividere con l’amica le caratterisitiche del giovane pollo ricco che ha accalappiato. Ma è Charlotte che riesce a suscitare più ilarità condividendo la confessione che Jarry le ha fatto prima del suo arrivo: il signor Frost infatti pare avesse due ambizioni nella vita, quella di fare il postino e quella di diventare Presidente degli Stati Uniti d’America. Tra una risata e l’altra e il risentimento del povero sbeffeggiato signor Frost si arriva alla sera. Nessuno può immaginare che all’ennesima scampanellatta, dopo il contrabbandire che lo riempie di gin e il fidanzato pieno di virtù di Doris, ci sia dietro al portone proprio l’intero entourage della Casa Bianca ad aspettarlo. Sissignori, Jerry Frost è stato appena eletto, è il nuovo Presidente…

Con una edizione a quasi cento anni di distanza dall’originale arriva una testo teatrale di uno dei più grandi esponeti della letteratura americana – e mondiale – di sempre. Pressoché sconosciuto in Italia, Jerry Frost si dimostra spaventosamente senza tempo, e disegna un personaggio che sembra uscito dai nostri peggiori incubi e insieme dalle nostre più quotidiane chat, da un qualsiasi tweet appena letto. È il 1923 e Francis Scott Fitzgerald aspetta la pubblicazione di Belli e dannati, il suo secondo romanzo. Intanto continua a scrivere, e manda alle stampe (e sulle tavole del palcoscenico) una pièce che lui considera la commedia che farà la sua fortuna. Così non sarà: anzi il testo, messo in scena un’unica e sola volta, è un fiasco totale, tanto da gettare lo scrittore in un profondo sconforto. Mai potevano aspettarsi gli spettatori che ad uno ad uno abbandonavano la sala nel pieno del secondo atto al Nixon’s Apollo Theatre di Atlantic City la straordinaria lungimiranza ‒ propria solo dei grandi classici – l’attualità postuma di questo piccolo spaccato di realtà, vista alla lente del surreale e parlata con il linguaggio fluido e scoppiettante della skrewball comedy (alcune scene urlano Lubitsch a pieni polmoni). Jerry Frost (The Vegetable il titolo originale) che Fitzgerald aveva sardonicamente sottotitolato: «Un uomo che non desideri farsi strada nel mondo, guadagnare un milione di dollari e magari anche mettere il suo spazzolino da denti nel bagno della Casa Bianca, non vale più di un buon cane – non è nient’altro che un vegetale», racconta dell’uomo senza qualità e lo racconta con spietatezza e insieme con spassionato affetto. Il più puro nel mondo di disillusi e cinici che lo circonda, non ha ambizioni, si comporta con il candore di chi agisce per natura, pensando di far sempre tutto nel migliore dei modi, nel modo in cui dovrebbe essere fatto. Eleggendo ad eroe (anti-eroe) quell’uomo qualunque che si crede indispensabile, lo stesso a cui la nostra civiltà dell’io ha eretto un totem, Fitzgerald inquadra il protagonista della società del “chiunque non solo può, ma deve contare”. Come? Aumentando la propria partecipazione attiva, improvvisando un’opinione su tutto ed esponenzialmente accomagnando alla cosa una totale e anestetizzata svalutazione delle competenze. Con nulla da dover conoscere profondamente, l’eroe ha tanto tempo per per commentare, gliene rimane ancora per agire, e arrivare ad ambire a qualunque obiettivo, finanche governare un intero Paese, perché no! Possiamo dire che Fitzgerald non ci aveva visto lungo?



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