Jerusalem

Jerusalem

Alma Warren passeggia con sua madre e suo fratello minore Michael per le strade della sua città natale, Northampton. Immagina di doversi recare al centro commerciale più vicino per trascorrere il pomeriggio a fare acquisti. Le strade sono deserte, i lampioni luccicano, Alma è stranita perché non riesce a capire che ore siano nel pomeriggio. Alcuni negozi sono già chiusi. Eppure loro non sono in giro da moltissimo tempo. Davanti a loro Alma vede alcuni uomini incappucciati. Li teme. Ma capisce subito chi sono: sono una specie di poliziotti ingaggiati a pagamento che si occupano di proteggere i cittadini. Sua madre è molto cordiale con loro. Soprattutto non vede l’ora di conoscere il capo: il Terzo Borough. Alma vorrebbe solo andare via, Michael nel suo passeggino sembra inconsapevole di quello che sta capitando attorno a loro. Il Terzo Borough sembra un uomo gentilissimo. Si china su Alma, la saluta con un sorriso gentile, sorride a Michael e gli tocca la testa con fare complice. Tutto sembra perfetto. Sua madre chiacchiera con l’uomo con naturalezza e tranquillità lasciando che lui le spighi i nuovi progetti di costruzione nel quartiere. Sta cambiando tutto molto velocemente e Alma si sente confusa. Questo è stato, in sostanza, il sogno che Alma Warren ha fatto nel febbraio del 1959 pochi giorni prima che suo fratello rischiasse di morire soffocato. Con il passare del tempo nessuno dei due è mai più tornato a parlare di quel sogno di Alma, come se ne avessero timore, come se ci fosse qualcosa fuori posto…

Alan Moore, classe 1953, è celebre ‒ tra l’altro ‒ per essere l’ideatore della fortunatissima saga Watchmen, disegnata da Dave Gibbons: senz’altro la storia che ha rivoluzionato il fumetto di supereroi, mostrando come sarebbe il mondo se questi esistessero veramente, pietra miliare quindi di quel che possiamo definire “revisionismo supereroistico”. Dopo Watchmen nessuno ha più potuto guardare (o scrivere) i supereroi allo stesso modo. Moore è anche il padre di V for Vendetta, disegnata da David Lloyd, forse la sua opera più politica, ambientata in una Gran Bretagna alternativa oppressa da una feroce dittatura: la maschera con la faccia di Guy Fawkes, il cospiratore inglese che nel Seicento tentò di far esplodere il Parlamento e che Moore utilizzò per il protagonista di quel fumetto, è adesso il simbolo di tanti movimenti anarchici, è penetrata in profondità nell’immaginario collettivo. In Jerusalem, scritto nell’arco di un decennio ed evoluzione del suo romanzo del 1996 La voce del fuoco, Alan Moore si cimenta in una sfida complessa. Il suo romanzo è un’opera-fiume lunga oltre millecinquecento pagine. Il lettore è letteralmente portato in un mondo parallelo in cui presente-passato-futuro coincidono. La scrittura è densa, intricata. Nell’ultima parte del romanzo, magistralmente tradotto in italiano da Massimo Gardella, Moore scrive come se fosse un flusso di coscienza à la James Joyce. La storia o meglio le storie contenute in Jerusalem sono tutte ambientate nella città di nascita di Alan Moore, Northampton, centro nevralgico di tutto il mondo. La lettura del romanzo-monumento di Moore non è semplice. Anzi. Si rivela sempre più farraginosa man mano si procede. Ci si perde nella labirintica costruzione di un plot sempre più complesso, in cui si muove Alma Warren, alter ego dello stesso autore. Bisogna amare molto Alan Moore, decidere di impegnarsi, per portare a termine la lettura di Jerusalem. La strada è in salita, ci sono passaggi memorabili ma anche interi capitoli in cui, sostanzialmente, non accade nulla. Nel sito “Annotation su Jerusalem” l’autore spiega i passaggi più controversi. Una esperienza totalizzante, un Moloch, un labirinto, la “follia” di uno degli autori più visionari del panorama mondiale.



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