Jim Thompson - Una biografia selvaggia

Jim Thompson - Una biografia selvaggia
Ci sono scrittori che riescono a far coincidere la loro opera con la propria vita. Autori la cui scrittura si nutre dei fasti e delle miserie della loro stessa esistenza e ne diventa una parte inscindibile, quasi una cicatrice che, a seconda dell’umore del momento, si può ostentare con orgoglio o vergogna. Dove finisce l’opera letteraria e dove comincia il mito in scrittori come Hemingway, Keoruac o, un po’ più indietro nel tempo, Conrad? Scrittori sperimentatori, viaggiatori, dissipatori di energia creativa e talento, spesso condannati ad una certa considerazione distratta dai loro contemporanei, ma destinati a diventare dei maestri per le generazioni future. Jim Thompson fa innegabilmente parte di questa schiera di scrittori folli e geniali, fragili e maestosamente durevoli. È morto il giovedì santo del 7 aprile 1977, devastato da una serie di ictus che minarono il suo corpo già debole di alcolista cronico. Quando capì che non avrebbe potuto più scrivere si lasciò morire, letteralmente, di fame. Forse non a caso la biografia a lui dedicata comincia da qui, dalla fine e da questo episodio in particolare. La scrittura come nutrimento, cibo che tiene in vita. Sul suo letto di morte vaticinò alla moglie Alberta: abbi solo pazienza. Dieci anni dopo che sarò morto diventerò famoso.” E così fu. Thompson è oggi considerato uno dei più grandi autori noir americani. La sua letteratura è molto più di un mero prodotto commerciale, essa contiene i germi di una forza profondamente sovversiva e ha rappresentato uno snodo fondamentale nella narrativa americana del dopoguerra, proprio per la sua capacità di aver fatto incontrare lo stile popolare con l’avanguardia. Ossessionato per tutta la vita da problemi economici, Thompson scrisse moltissimo. Cominciò con brevi racconti pubblicati nelle riviste pulp, rimescolando abilmente gli stili della tradizione hard-boiled, ma quando i problemi di soldi si facevano più pressanti, non disdegnò di scrivere per riviste di agricoltura o svolgere le mille mansioni degli emarginati dei suoi libri: fattorino d’albergo, operaio negli oleodotti, proiezionista di cinema, giornalista. Si mosse dal Nebraska al Texas alla California, negli anni della grande crisi economica, fu attivista del partito comunista. Sempre in lotta con l’alcol e la depressione, alternò momenti di inattività totale a periodi di frenesia creativa. Tra il 1942 e il 1973 scrisse e pubblicò ventisei romanzi, saccheggiando i più svariati generi popolari. True crime, western, thriller melodrammatici e soap opera rurali. Ma è soprattutto per la sua serie noir che oggi lo ricordiamo, con titoli come L’assassino che è in me (1952), Notte selvaggia (1953) , Diavoli di donne (1954), È già buio, dolcezza (1955) , e Colpo di spugna (1964), in Italia tutti pubblicati da Fanucci. L’ipotesi che Thompson formulò nel letto di morte divenne realtà a partire dal 1990, quando Hollywood si accorse che i suoi libri potevano essere materiale esplosivo per il cinema. "Rischiose abitudini" di Stephen Frears fu il primo di una lunga serie. A quel punto quasi tutta l’opera di Thompson venne ripubblicata e lui riaffiorò finalmente nel mainstream culturale americano...
L’imponente biografia che gli dedica Robert Polito, appare dunque un’operazione giustissima per rendere il dovuto tributo ad un grande narratore e per far luce, in modo estremamente documentato, su tutti i passaggi della sua esistenza selvaggia. Il libro, fra le altre cose, ha anche il pregio di  poter essere letto come una sorta di saggio di storia sociale sull’America del secolo scorso. Ma, soprattutto, Polito analizza e svela i segreti della scrittura di un grande maestro del crimine, perché “leggere un romanzo di Thompson è come restare intrappolati in un rifugio antiatomico insieme a un pazzo che non la smette mai di parlare e che, guarda caso, è anche il custode del rifugio.  

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