Johnny lo zingaro

È una mattina come un’altra, nel carcere di Fossano. Anche se ad alzarsi per primo e a preparare la colazione per due non tocca a Johnny, ma al suo giovanissimo compagno di cella, ancora meravigliosamente tra le braccia di Morfeo, il detenuto più anziano si alza lo stesso prestissimo e mette su la moka per il caffè. La cella che ospita entrambi è la più dignitosa che Johnny abbia mai abitato da quando, giovanissimo, è stato arrestato e sballottato da un carcere all’altro; spesso in strutture infernali e inospitali e spesso in condizioni del tutto disagevoli. La cella del carcere di Fossano è quasi una camera di albergo, per detenuti come lui. Qui può bersi il caffè la mattina prima di andare a lavorare “fuori” con altri detenuti come lui che godono di condizioni speciali e può quasi fare da mentore al giovane che divide la cella con lui e che conta e sogna i giorni che lo separano dalla scarcerazione. Johnny, però, quella mattina è più nervoso e ansioso che mai. Lo aspetta qualcosa che non fa da molti, moltissimi anni. Da quando, imprigionato per la prima volta dopo aver commesso l’errore più grande della sua vita e avere causato morte e dolore a chi amava di più al mondo, è diventato Johnny lo Zingaro. Lui che da giovane veniva appellato nella cerchia dei giostrai dove era nato e cresciuto “il Principino”. Bello, affascinante, sveglio e dannato. La vita di Johnny è più che un romanzo. Ora non più giovane e neppure più in forze ha deciso, comunque, di tentare un ultimo “canto del cigno”. Una evasione elegante e geniale. Degna della sua reputazione e del suo estro. Dove sta andando Johnny, e da chi?

“Lei, appena quattordicenne, non gli dava il tempo neppure di parlare, e raggiunto il loro angolo dietro la siepe, gli baciava la faccia”. Il romanzo di Renilde Mattioni affronta un tema antico come il mondo ma sempre attuale: il Destino. Quello da cui gli antichi greci facevano discendere buona parte del fato del mondo e degli uomini. La Μοῖρα che decide arbitrariamente dove si nasce, da chi e come. Stabilito questo, le azioni successive dei singoli esseri umani sono determinanti solo per una piccola parte. È quello che succede a Johnny, figlio di una famiglia di giostrai sinti e destinato già da piccolissimo a comportarsi diversamente da tanti altri ragazzini del suo tempo, cresciuti in ambienti differenti. Johnny, in realtà, ha la grande fortuna di essere nato furbo e affascinante e pensa che questo potrà aiutarlo a incidere, almeno per un poco, sul destino che gli è riservato. Ci prova. Si impegna. Quasi ci riesce a un certo punto, ma niente. La Μοῖρα gli è avversa e lo segue per acciuffarlo proprio quando lui pensa di essersela lasciata alle spalle. Fuori dalla galera fa lo zingaro, dentro paradossalmente fa il principe. Una vita da fiction televisiva che l’autrice raccoglie in poche pagine e presenta ai lettori come se fosse davvero una pellicola da guardare. La narrazione regge e chi legge si appassiona alla trama, peccato solo per lo stile della Mattioni, che commette l’errore più grande che possa fare una autrice: scrivere come un uomo. Questo fa perdere moltissimo all’intero lavoro letterario che altrimenti avrebbe avuto insieme a una narrazione convincente anche una sorta di sensibilità e leggerezza compositiva che avrebbero reso Johnny lo Zingaro un romanzo davvero speciale nel panorama della narrativa italiana. Più coraggio, auguriamo a Renilde la prossima volta. La scrittura al femminile non è una condanna, ma una risorsa.



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