Joseph Anton

Joseph Anton
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Una telefonata di una giornalista decreta la fine della vita di Salman Rushdie e l’inizio di quella di Joseph Anton (Joseph in memoria di Conrad e Anton in ricordo di Čechov). Rushdie vede naufragare il suo secondo matrimonio, sta lasciando la sua casa ed è stato condannato a morte dall’ayatollah Khomeini. “Fatwa” è la sentenza: condanna a morte per il suo I versetti satanici che gli avevano messo contro tutto il mondo islamico. Non è pronto ad abbandonare la sua vita per percorrere strade sconosciute e non è in grado di pensare al suo futuro. I suoi pensieri vanno, inevitabilmente, a Zafar, suo figlio di nove anni. Si sente braccato. Dai suoi pensieri e dai giornalisti. E da una vita di coppia che sta naufragando. Come alla fine della vita, anche Salman sente il bisogno di ripercorrere la sua e di ricordarne gli eventi più importanti. Il punto di partenza è necessariamente la sua famiglia d’origine. Ai racconti di suo padre e ai pettegolezzi di sua madre deve quello che è diventato: uno scrittore. A suo padre, “un ateo che però sapeva molto di Dio e che ci pensava spesso”, deve la libertà di pensiero. E poi il college britannico e la sua prima vera esperienza di razzismo, l’incontro con Clarissa, la sua prima moglie, il suo viaggio in Australia con l’amico Bruce. Fino alla sua condanna e oltre…

Ne viene fuori il ritratto di un uomo, semplicemente Salman, ribelle e determinato. Determinato ad essere libero. Un viaggio dentro la vita del protagonista e dentro la Storia. Un viaggio nelle relazioni internazionali degli anni tra il 1989 e il 2008. Un viaggio dentro l’Islam e dentro il Corano. Un viaggio nella genesi tormentata dei suoi libri, nati da studio e sofferenza. Alla ricerca dell’autenticità. Non si comprende I versetti satanici se non attraversando la vita dell’autore e non si comprende la fatwa se non alla luce della storia del popolo islamico. In questo viaggio, però, disturba leggere una sorta di autobiografia scritta in terza persona. Quasi a volersene distaccare. Quasi a voler creare un “caso”. Il centro della riflessione è legato ad una domanda cruciale: “Chi ha il diritto di controllare le narrazioni?”. È la possibilità che chiunque possa scrivere liberamente che fa della società civile una società realmente libera. Il romanzo è quasi una lunga (652 pagine) arringa difensiva dell’autore rispetto alle continue accuse che ha subìto, anche attraverso una cronaca dettagliata degli eventi. A volte ridondante, con una dovizia di particolari e continue digressioni che appesantiscono la lettura. Ci sono pagine che colpiscono ed appassionano (il racconto delle riflessioni del padre Anis rispetto all’Islam, le prime giornate da “sorvegliato speciale”, gli aneddoti legati alla presenza e alla relazione con la sua scorta, il rapporto con il figlio, il passaggio attraverso il tunnel dell’alcol e della depressione). Quello che resta è la solitudine di un uomo: per tredici lunghi anni tutti coloro che entrano in relazione con Salman-Joseph sono costretti a sopportare pressioni pazzesche. E non tutti reggono.



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