Joseph Losey - Senza re, senza patria

Joseph Losey - Senza re, senza patria
“Credevo che sarei morto, pensavo di avere una malattia cardiaca… ma non avevo nulla al cuore. Era solo il puro e semplice panico, perché non possedevo nulla, non avevo famiglia – mia moglie mi aveva lasciato, mio figlio era in collegio negli Stati Uniti. Non avevo un amante. Non avevo soldi. Non avevo lavoro. Avevo quarantaquattro anni. Avevo l’età in cul la maggior parte della gente raggiunge il proprio apice, e tutto ciò che avevo realizzato non significava più nulla”. E’il 1953 e con queste parole Joseph Losey racconta le difficoltà legate ai suoi anni in Inghilterra. Giustamente definito nel sottotitolo del volume curato da Luciano De Giusti “senza re, senza patria”, Losey nasce negli Stati Uniti, inizia a lavorare a teatro per poi passare al cinema quando subisce la fascinazione comunista. Gli Usa sono in pieno maccartismo: il regista viene immediatamente inserito nelle liste nere. Costretto ad espatriare, arriva prima in Italia, poi in Inghilterra, perennemente in bilico tra forti raccomandazioni politiche e altrettanto decisi dinieghi da parte di produttori e distributori. La sua poetica si nutre di questo delicato equilibrio i due mondi, quello americano della formazione e quello europeo, nel quale può sfogare tutto il suo estro registico. Nonostante non sia mai stato inserito tra i registi storicizzati per eccellenza, all’estero la sua filmografia è stata studiata in ogni forma e dimensione; in Italia invece il libro in questione arriva a colmare un esilio critico che durava da troppi anni...
Rinnovata collaborazione tra il Centro Espressioni Cinematografiche di Udine, Il Castoro Editore e Cinemazero di Pordenone (ricordiamo in tal direzione il volume, splendido, su Mizoguchi Kenji), il volume pubblica gli atti della XI edizione di Lo sguardo dei maestri (dedicata appunto a Joseph Losey), curata da Luciano De Giusti e Giorgio Tinazzi. Alla pubblicazione degli atti di un convegno non si richiede organicità e completezza, e neanche completezza e approccio per neofiti. Il lettore non troverà quindi alcun riferimento biografico, nessuna panoramica sul cinema di Losey (anche se il saggio di James Leathy “L’arte di Joseph Losey: un viaggio personale” si può in qualche modo leggere come l’analisi generale della poetica del cineasta), nessun biniami riassuntivo delle sue pellicole fondamentali. Solo una serie di scritti molto specialistici e tecnici sugli aspetti più diversi del suo cinema: colpisce in positivo la scelta di accostare saggi che analizzano i movimenti di macchina nel cinema di Losey  (ad opera di Dario Marchiori) a lavori filologici incentrati sulle vicende alla base del restauro di “Eva”. Citare due lavori del genere è solo un esempio per rendere l’idea dell’eterogeneità del volume, di quanto riesca a spaziare da testimonianze nostalgiche ed appassionate (quella di Alain Delon e di Goffredo Fofi) a scritti più storici e teorici. Non per tutti. Fondamentale per gli altri.

 

 

 

 
 
 
 
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