Juhan

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L’uomo segue le forme sensuali di Juhan mentre si accomoda sul canapè, raccogliendo a sé le gambe, facendo risuonare le cavigliere che adornano i piedi nudi e muovendo nell’aria profumo d’olio essenziale di rosa. Tiene stretto in mano un antico pugnale indiano, con pietre preziose incastonate. L’eunuco entra nel salone, poggia i due caffè sul tavolino. Esce, senza incrociare lo sguardo di alcuno. La donna sfodera il pugnale lentamente, con lo sguardo, languido e gelido, fermo negli occhi di lui, percorsi da un brivido freddo… Juhan, “figlia della rivoluzione” e “sposa della libertà”, è la donna più in vista nella Turchia di inizio secolo, mentre imperversa la battaglia di Gallipoli. È bella e raffinata, legge e traduce Nietzsche, ingentilisce il suo spirito in equilibrio fra i valori moderni che arrivano dall’Europa e la cultura islamica della sua nazione. Si muove fiera negli ambienti prettamente maschili – la corte, l’esercito, il fronte di guerra - desta scalpore, soggioga tutti con la sua bellezza, intelligenza e dedizione. Paladina di una rivoluzione femminista attraverso la quale, crede, debba rigenerarsi la nazione. Attorno a lei, vecchie nei loro ruoli paludati, solo figure maschili. Il padre, Rıza Pascià, funzionario di corte decaduto, “con un gusto raffinato per tutto ciò che è moderno o europeo”; il fratello, Mecid Bey, pronto a sacrificare la pelle nella battaglia di Gallipoli per l’onore della famiglia. E poi i pretendenti: il tenente Şükrü Bey, turco, attratto ma intimorito dall’indipendenza di Juhan; e il generale Wallerstein, tedesco, colui a cui è stato affidato l’intero esercito turco, perché venga riformato e ammodernato: per lui Juhan è il frutto più puro di quell’Oriente che gli suscita una pulsione indomabile di conquista militare, erotica, culturale. Juhan oscilla, quale l’uomo giusto per generare alla sua nazione un figlio prediletto, per coronare il suo matrimonio con la libertà? Şükrü Bey, confortante e leggibile, incarnazione della virilità turca con tutti i suoi difetti? O Wallerstein, galante, rituale, potente, mai sazio del suo ego e forte della sua cultura dominante?

Ameen Rihani (1876-1940), libanese maronita, sodale di Khalil Gibran e uno dei nomi di spicco della letteratura araba della diaspora, scrive in inglese questo romanzo – poi tradotto in arabo – in cui i personaggi si muovono perentori come fossero dentro una pièce shakespeariana (Shakespeare di cui Rihani è stato appassionato lettore). Affronta il ruolo della donna in quello che è un passaggio epocale per il mondo islamico – la caduta dell’Impero ottomano e la nascita degli stati moderni -, modellando i suoi personaggi su personalità storiche reali della Turchia di primo Novecento. È irresistibile infatti la tentazione di interpretare Juhan come la trasposizione romanzesca di Halide Edip Adıvar (1884-1964), scrittrice, attivista umanitaria e nazionalista turca, dapprima compagna del fondatore Mustafa Kemal Atatürk, poi sua acerrima oppositrice. E altrettanto irresistibile è la tentazione di vedere nel generale Wallerstein del romanzo, il generale tedesco a capo dell’esercito turco Otto Liman von Sanders (1855-1929), passato alla storia come “il Leone di Gallipoli”. Una vicenda femminile ambientata in Turchia ma che, pare di capire, nelle intenzioni dell’autore parla a tutte le donne del mondo islamico. Ottima la curatela di Francesco Medici, che ci rende conto anche della vicenda filologica di un doppio finale scritto dall’autore e impreziosisce il libro di un glossario. La prefazione è a cura della studiosa Isabella Camera d’Afflitto. È il secondo romanzo di Rihani tradotto in italiano dopo Il libro di Khalid (Mesogea, 2014), da accostare anche ai versi dello stesso autore tradotti sempre da Francesco Medici in Poeti arabi della diaspora (Stilo Editrice, 2015). Insomma, una chicca che non può mancare sugli scaffali degli appassionati delle letterature mediorientali.



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