Kaiser

Dosto fa il cronista sportivo in un giornale di provincia e quel nomignolo se lo porta appresso da quando un giorno davanti a un caffè con i colleghi si è cominciato a parlare, non sa nemmeno più lui come e perché, di pompini e Dostoevskij. E così, come per gli altri giornalisti Fraschetti è diventato il “Frasca” e Robertini il “Robbo”, è stato naturale che anche lui diventasse da quel momento in poi per tutti semplicemente il “Dosto”. Dosto, a dirla tutta non ha mai sfondato come avrebbe voluto o forse potuto, ma certo nella sua cerchia gode di un ottima reputazione e stima. E probabilmente se non fosse stato per quella storiaccia su un giovanissimo Riccardo Ferri che aveva stroncato la carriera a un sedicenne durante un’amichevole con un intervento da kamikaze, che lui aveva prontamente tirato fuori ma che l’Inter non aveva affatto gradito di fatto bruciandolo, adesso magari davvero sarebbe nella serie A del giornalismo che conta. Ma si sa, il giornalista è un po’ puttana e se non rischia uno scoop, la storia di nicchia, se non annusa l’episodio, il tic, il personaggio prima degli altri, beh allora è meglio che cambia mestiere. E così, con quel fiuto da segugio che nonostante tutto non ha mai perso, un giorno durante la battitura della cronaca di Giana-Pro Patria gli arriva una mail con quegli allegati pesanti tonnellate che bloccano tutto il sistema. Lì per lì il Dosto soffoca una bestemmia ma subito legge la didascalia del suo collega che gliel’ha girata e che parla di una storia incredibile, sulla quale ancora più incredibilmente pare nessun giornale sportivo o sito internet abbia ancora posato gli occhi. La storia del più grande truffatore calcistico di tutti i tempi, colui che per vent’anni è riuscito a calcare – calcare, senza giocare – i campi di mezzo mondo in prestigiose squadre, senza avere la benché minima idea di come si giochi a calcio. Questa insomma è la storia di Carlos Henrique Raposo, per tutti semplicemente il Kaiser…

Mito o verità, finzione o leggenda. La storia (vera/verosimile) di Carlos Henrique Raposo detto Kaiser è di quelle che avrebbero fatto brillare gli occhi a Gianni Brera o sarebbero finite di diritto tra i racconti di Soriano. Kaiser non era un brasiliano da favelas , di quelli cresciuti con la garra della fame e della disperazione a disegnargli dribbling e finte di corpo. No, ciò che più lo attraeva erano la vita comoda, i soldi, le belle donne. Questa era stata la molla che lo aveva spinto ‒ grazie ad amici compiacenti, un bel sorriso e un’incredibile faccia tosta ‒ ad architettare la più grossa bufala vivente di cui si abbia notizia nel mondo del calcio. La nomea del grande attaccante perseguitato da continui infortuni era diventata così via via sempre più credibile: e, incredibile a dirsi, dribblando allenatori sospettosi ma mai capaci di coglierlo in flagrante, dirigenti creduloni e presidenti ignari, il finto bomber era riuscito, udite udite, per un ventennio a strappare contratti in mezzo mondo, passando dal Brasile al Messico, dagli Usa alla Francia. E l’abilità di Patrone sta nel non limitarsi a raccontare il nudo fatto di cronaca, ma a romanzarlo creando di fatto una storia nella storia. Con divertente e divertito disincanto si scivola così tra le incredibili vicende del Kaiser e quelle del disincantato Dosto che ce le racconta, il tutto riflettendo sul semiserio dubbio amletico, attualissimo ancor più oggi al tempo dei social in cui imperversano bufale preconfezionate ad arte e fake news , di dove finisca l’invenzione e dove cominci la realtà e sulla nostra sempre più deficitaria, superficiale e cronica capacità di decifrarlo.


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