Karma Hostel

Karma Hostel

DeLuFa è un laowai, uno straniero. Viene da Roma; è stato per oltre sette anni in Cina, alle spalle ha un buon passato di studio e lavoro a Pechino e un matrimonio andato male a Tianjin. Certe volte, fuori dalle metropoli, nei paesotti cinesi, quando vedono uno straniero, un laowai, sgranano gli occhi, come di fronte a una rivelazione; restano stupiti come di fronte alla prima neve, o all’immensità del mare. DeLuFa, oltretutto, è un laowai molto mimetico: parla molto bene cinese, qualcuno pensa che sia addirittura uno hunxuer, un mezzosangue. Viene tradito soltanto dai suoi occhi grandi e dal troppo sorridere. “Perché parli così bene cinese?”, domandano spesso, con enorme diffidenza. Già: DeLuFa parla “una lingua lasciata, nel corso dei millenni, volutamente incomprensibile; anche per una volontà di isolamento razziale e territoriale. I cinesi non si sono mai voluti integrare, sono sempre restati volutamente indipendenti e isolati. Un muro di mattoni a loro non bastava. Ci volevano anche una lingua e una scrittura indecifrabili. C’è un antico detto diffuso ancora oggi in Cina. Non temere cielo e terra, ma gli stranieri che parlano cinese”. La storia ha inizio ad Houhai, un villaggio di pescatori cantonesi, poco distante dal Vietnam. Siamo lontanissimi da Pechino, siamo nel segreto cuore della controrivoluzione culturale cinese. DeLuFa e i suoi compari, cinesi e mongoli, stanno surfando. Stanno cercando di avviare “una vera rivoluzione culturale. Pacificamente. Una rivoluzione tramite il surf e la strada”. Sono gli eredi dei surfisti hawaiani e degli antichi surfisti cinesi, i Nongchao, quelli che “giocavano con la marea”, cavalcando le grandi onde del fiume Qiangtang, andando su tronchi smussati. Un gioco proibito dall’imperatore molto presto, tanto tempo fa. Stanno surfando per una rivoluzione che vuole liberare la Cina dal turbocapitalismo, stanno surfando per liberare anche il nostro decaduto Occidente – credono che il surf sia un cavallo di Troia. La loro storia è la storia della prima comune surfistica cinese: fonderanno un ostello dedicato a chi vuole cambiare le cose, come qualcuno sognava di fare in California, qualche estate fa... Un ostello che sembra una taverna marina, un posto che “quasi folgorava per la sua austera semplicità spirituale”, come un “monastero invisibile”. Un ostello difficile da trovare, che nemmeno si vedeva dalla strada. Un ostello per i poveri e per i liberi, per gli irrequieti e gli sfasciati. Naturalmente anarchico. Un ostello per rigenerarsi dalle ferite del maoismo e del capitalismo selvaggio. “Avevo da fare, era come un richiamo. Dovevo seguire il tintinnio che veniva dalla caverna. Liberati! Liberati!”...

Francesco De Luca, classe 1979, romano di sangue partenopeo, esordisce come narratore pubblicando Karma Hostel per il Foglio Letterario di Gordiano Lupi: un romanzo dalle vicende editoriali complicate, rimasto per parecchio tempo in cerca di contratto. La vicenda è solo parzialmente spiegabile: qui in Italia i romanzi sul surf sono rarissimi, i reportage sulla controcultura cinese non so se più invisibili o più inesistenti: nel primo caso, mi viene in mente soltanto l’opera prima di Kem Nunn, Surf City, pubblicato dalla Meridiano Zero nel 2000 [ed. or. Tapping the Source, 1984], altrimenti soltanto vecchi film. La combinazione è decisamente atipica (o, se preferite, piuttosto originale) e il buon De Luca s’è ritrovato a proporre un romanzo d’esordio beat (tardo, o meglio neobeat), con un’ambientazione totalmente imprevedibile e una quantità singolare di notizie e osservazioni sulla cultura di una delle più grandi potenze del mondo: un libro che un tempo avremmo trovato degno della vecchia Stampa Alternativa di Marcello Baraghini, della prima Meridiano Zero di Marco Vicentini, tra Surf City e Cosmic Bandidos, oppure, al limite – asciugato e tirato a lucido – in Stile Libero; o forse, e direi naturalmente, nella OBarraO Edizioni, consacrata all’abbraccio tra Occidente e Oriente. Incompreso, rifiutato e trascurato, dopo molto vagabondare Karma Hostel ha infine trovato ospitalità in uno degli ultimi rifugi dell’editoria indipendente, il vecchio Foglio Letterario, benedetto da una copertina di Claudio Parentela (vecchio sodale del primissimo Claudio Morici). È un romanzo orgogliosamente scombinato, scritto per sintetizzare dieci anni di esperienze in una terra lontanissima: è l’espressione di un’intelligenza vulcanica e di un’inquietudine profonda, angosciante; è pop, è spirituale, è americano (nel senso migliore, e ormai solo ed esclusivamente letterario, del termine: e cioè è libertario, è personalissimo, è incosciente, è fresco) ed è decisamente cinematografico. E poi, ovviamente, “parla cinese”, e per noi italiani ciò è altrettanto stupefacente, da qualche millennio a questa parte. Si va dalla reminiscenza del primo tè (“crudo, duro. Troppo forte per i miei gusti di occidentale”) alla parola per dire “fraterno amico”, “ge”; si accenna a cosa significhi, per i cinesi, evitare di rispondere subito a una proposta o una domanda e si spiega quale sia la parola più simile a “destino”, “Yuanfen”. E ancora: si racconta bene cosa significò, per i comunisti, la distruzione delle meravigliose mura medievali di Pechino (“l’ideogramma chai, abbattere-demolire, apparve su tutti i muri; aveva l’ingrato compito di cancellare la memoria del popolo e di creare una nuova percezione del mondo”), e ci si concede diversi giudizi lapidari sul cinquantennio comunista (“[...] sotto le ali di ferro del grande fratello Mao che, con il suo grande balzo, provocò decine di milioni di morti e inenarrabili violenze. La sua rivoluzione culturale massacrò intellettuali, artisti, musicisti, dissidenti. Ogni espressione del sé, dello spirituale e del divino era bandita. Censurata. Smembrata. Schiacciata”). Si raccontano città distrutte dallo smog e dalla cementificazione, territori sfregiati e piccole oasi superstiti; si descrive una civiltà che sembra galoppare a grandi passi verso l’autodistruzione, e non si capisce più in cosa sia differente dalla nostra – e questo forse è il paradosso supremo. De Luca ci fa conoscere una generazione cinese ribelle – forse rivoluzionaria – e cavalca l’onda di un dissenso all’imperialismo han sin qua sconosciuto: forse è soltanto un gioco, forse soltanto una speranza. È un inizio: è qualcosa. Qualche cenno sull’artista, prima di congedarsi. Alle spalle una laurea in Scienze della Comunicazione, ha studiato mandarino all’Università di Lingua e Cultura di Pechino; rimasto da quelle parti per circa dieci anni, ha lavorato come giornalista, scrivendo per “Cosmopolitan”, “Traveller”, “Outside Magazine”, “CCTV5” e altre riviste, fondando, en passant, il primo webmagazine cinese dedicato alla cultura del surf: “Chinasurfreport”. Traduttore dall’inglese e dal cinese, collabora col Ministero degli Interni e con l’Associazione Sviluppo Italia Cina.



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