Katacrash

Katacrash

Donato, Gionata e l’io narrante sono tre ragazzi flashati dal mondo gangsta, dalla cultura street, dalle discografie di Wu Tang Clan, Dr. Dre, Public Enemy o dai nostrani Colle der fomento, Bassi Maestro, Sangue Misto o Gente Guasta di turno. Le avventure della ‘mini crew’ che tenta di registrare pezzi, connettersi con la cultura multietnica francese, rivendicare un’appartenenza ad una cultura aliena dal mainstream e che incappa inevitabilmente in beghe amorose tardoadolescenziali o pseudo vendette di protesta contro i fighetti, rispecchiano un viaggio veloce che mescola la nostalgia per un’arcadia irraggiungibile (il passato hip-hop) e una continua critica dello status quo, che non capisce le ragioni degli esclusi (sia dal punto di vista musicale che sociale)…
Sulla prima pagina c’è già un’indicazione di come questa storia abbia a che fare con il rap. Avete presente quel brutto adesivo in bianco e nero, e per questo visibilissimo, che finisce sulle copertine dei dischi-con-le-parolacce americani, tipo motherf****r o son of a b***h? Ecco, anche qui compare il monito in exergo: avvisoria parentale - liriche esplicite, a fare da introduzione ad un mondo che non c’è più, o che in qualche modo è confluito oggi nel mainstream. Quel paesaggio è il rap. Lo stile di Fabrizio Gabrielli mima il flow delle canzoni rap, coniando termini nuovi, utilizzando gergalità dialettali e proponendo un’aggettivazione anglofona che rispecchia i topoi innovativi della costruzione dei testi dell’hip-hop, ma non riesce a costruire personaggi credibili (se non per qualche pagina la macchietta di Gionata, sorta di fool della vicenda) e men che meno scene memorabili. L’autore cerca di mediare tra il Brizzi di Jack Frusciante è uscito dal gruppo e Bastogne e il Culicchia di Tutti giù per terra con dei tagli da b-boy, ma in fondo risulta alquanto macchiettistico. Il romanzo è quindi risolto a metà, da un lato con una buona sperimentazione che avvicina il lettore alla cultura da strada, dall’altro con una trama sfilacciata e una coerenza trasandata. La passione c’è, ma manca l’intreccio. Probabilmente il libro guadagnerebbe autorità se proposto in un contesto di rhyiming battle. Indicato comunque per chi non ha mai sentito parlare di skit, crew, skaters, writers o brakdancers. Yo, bro!

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