Kitchen Chinese

Kitchen Chinese
Comincia tutto una gelida sera invernale a New York. Isabel si avvicina ai trent’anni, lavora nella redazione di una patinata rivista femminile ma non riesce a fare il “grande salto” lavorativo, ha una complicata relazione con un collega, Richard, e anch’essa non decolla. Non solo, il peggio deve ancora venire: oltre a essere mollata di sana pianta da Rich nel bel mezzo di una cena, le sue speranze di passare finalmente da correttrice di bozze a redattrice ufficiale di “Belle” svaniscono non appena viene a galla un suo clamoroso errore, dettato dalla gaffe di una free-lance più che da una sua imprudenza, ma tant’è. A questo punto, nella gelida sera invernale in cui inizia quest’avventura, la sua amica Julia le fa balenare in testa un’idea un po’ folle e un po’ geniale: un viaggio, un’esperienza all’estero, magari in Cina, dove al momento vive sua sorella maggiore, Claire, avvocato di grido. Notare bene: Isabel è sinoamericana, orientale fuori, americanissima dentro, poiché è nata e cresciuta negli Usa, parla inglese e di mandarino mastica lo stretto indispensabile. Poco importa: Isabel decide di partire e così eccola a Pechino, uguale e diversa da chi la circonda, “bianca dentro e gialla fuori come una banana”. Si trasferisce da Claire, che qui vive da anni: la precisa, perfetta, invidiabile Claire, avvenente e femminile come Isabel non si ricordava, sicura di sé e lanciata nella “Pechino da bere”. Il primo approccio con la Cina non è facile, per colpa di una lingua di cui poco conosce e una cucina di cui molto aveva rimosso. Ma sono proprio i sapori nuovi e particolari che le permettono di inaugurare un nuovo rapporto con la terra da cui hanno origine i suoi familiari. Proprio con la cucina infatti Isabel avrà sempre più a che fare, dato che, grazie a Claire, inizia a lavorare nella redazione di Bejing now, rivista per stranieri in cinese, occupandosi proprio di critica gastronomica. E così tra una cena in un ristorante e una colazione itinerante per assaggiare il tipico cibo di strada, prende forma la nuova vita di Isabel, destinata a tanti incontri e tante peripezie…
Il romanzo d’esordio della giovane Ann Mah, giornalista e critica gastronomica, unisce tanti spunti stuzzicanti in unica riuscitissima storia. L’autrice, come Isabel, è americana di origine cinese e nasce, si forma, studia negli Stati Uniti per poi fare un’esperienza in Cina. Proprio a Pechino Ann Mah ha provato le stesse sensazioni che fa vivere al suo personaggio, ovvero quel sentirsi lontana anni luce per cultura, formazione, abitudini e lingua da persone con cui però ha in comune lineamenti, estetica, lontane origini. Nello stesso tempo, Kitchen Chinese, lungi dall’essere un’autobiografia, racconta la storia di una quasi trentenne in difficoltà, costantemente in bilico per colpa di un precariato sentimentale e lavorativo- una situazione mai così “internazionale”, visto che probabilmente anche molte giovani lettrici italiane si identificheranno e non poco con la storia di Isabel- e perdipiù alle prese con una sorella sempre perfetta, apparentemente infallibile, ma con più scheletri dell’armadio di quanto si possa immaginare. Isabel invece è buffa e a tratti grottesca, una specie di Bridget Jones con gli occhi a mandorla, in una Pechino brulicante e convulsa, immersa in antiche tradizioni ma nello stesso tempo moderna e frenetica, fatta di feste chic, cene di lusso e vip che fingono amicizia mentre si studiano l’un l’altro per scoprire rispettive mosse e intrallazzi. E fin qui gli ingredienti per un successo letterario ci sono già tutti. Ma ne manca uno, che forse è davvero l’ “ingrediente” per eccellenza, ovvero l’amore per la cucina, quella forte, irrefrenabile volontà di scoprire nuovi sapori, costante di tutta la narrazione, mezzo con cui Isabel si integra, porta a galla le sue origini, riimpara a voler bene, ad amare e si riscopre, in fondo, un po’ cinese, nonostante tutta la sua “americanità”. Per tutto, ma forse soprattutto per questo, Kitchen Chinese merita di essere letto e gustato a dovere.

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