Kruso

Kruso

Ed è appena sceso dal treno. Il viaggio è stato difficile, di nuovo non è riuscito a dormire nemmeno un attimo a causa dell’angoscia che lo attanaglia ormai da tempo. Il vuoto della stazione gli dà un’idea differente rispetto a quella che ha sempre avuto di quella città, Berlino. Nella sala della biglietteria è tutto talmente quieto che riesce a sentire lo scoppiettio di un furgoncino che sta ripartendo. All’improvviso il sonno lo vince, e sogna un deserto, ma quando riapre gli occhi vede il viso di un uomo lucido di crema. Inizialmente non riesce a distinguerlo bene. L’uomo è anziano e gli chiede scusa per averlo disturbato. Gli racconta che sta facendo un trasloco, e gli dice che ha un armadio davvero grande, che non riesce a trasportare da solo. Il posto dove il mobile si trova è vicino, ma Ed risponde che non ha tempo, e va via in fretta, tra nugoli di persone camuffate alla bell’e meglio ognuna delle quali cerca di attirare la sua attenzione…

L’incipit ha lo stesso ritmo di Dickens, e la mole del romanzo di Seiler somiglia parecchio a uno qualsiasi dei volumi del grande scrittore inglese. A voler essere più generali, Kruso ha davvero l’impronta del romanzo ottocentesco, anzi, anche di qualche secolo prima. Non è un caso che il titolo ricordi il cognome del celebre Robinson di defoeiana memoria (1719), e da quel romanzo riprende, ancor più che da Dickens, la struttura narrativa e la trama. Ma le avventure, il “naufragio” e l’isolamento che vive il protagonista si devono a tutto un altro contesto, una realtà diversa, quella di un mondo che sta cadendo come un Muro (è il 1989), lasciando spazio all’incertezza ma anche, come si conviene all’estate, alla speranza. E inoltre c’è da dire che Ed deve elaborare anche un grande dolore.



 

 

 

 
 
 
 

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