Kurosawa Akira – Rashōmon

Kurosawa Akira – Rashōmon
Akira Kurosawa, o Kurosawa Akira se si vuole essere filologicamente corretti, è probabilmente uno dei registi giapponesi più celebri in Occidente. Sicuramente lo è stato per lungo tempo, prima dell’arrivo di Takeshi Kitano che, soprattutto tra i più giovani, sembra avergli sottratto questa leadership. E con altrettanta sicurezza si può affermare che “Rashomon” è uno dei suoi film più celebri. Non solo perché, tratto da due racconti di Ryonosuke Akutagawa (“Rashomon” e “Nel bosco”), il film ha vinto prima nel  1951 il Leone d’Oro a Venezia e poi nel 1952 l’Oscar come Miglior Film straniero, ma anche perché la sua sceneggiatura è diventata un aggettivo. “Rashomoniano”, appunto. Per descrivere un film in cui uno stesso fatto è raccontato da diverse persone in modo completamente opposto, dando vita così a tante storie quante sono i personaggi che la raccontano. Il film di Kurosawa diventa quindi il simbolo dell’ambiguità e dell’impossibilità di raggiungere una verità oggettiva, un punto fermo che annulli l’eterna e onnipresente relatività…
Marco Dalla Gassa, che di cinema orientale se ne intende (ricordiamo il suo Il cinema dell’Estremo Oriente, scritto a quattro mani con Dario Tomasi), si imbarca in un’avventura affatto semplice: prendere un film che è entrato di diritto nella storia del cinema e studiarlo per quello che è, indipendentemente dall’aura di mito che lo avvolge. Facendo quindi di “Rashomon” semplicemente un film, e non la prima pellicola giapponese distribuita in Occidente, con tutto il corollario che ne segue. E per farlo deve prenderla alla larga: contestualizzando l’opera non solo all’interno della produzione di Kurosawa, ma studiando come un doppio adattamento (l’unione di due racconti) possa dar vita ad un racconto terzo e di come tutto questo si inserisca all’interno del cinema giapponese del periodo ed in particolare del jidaigeki, il cinema in costume nipponico ambientato in epoca Tokugawa. Ma non solo: parlare di “Rashomon” significa parlare anche di non detto, non concluso, irrisolto. Perché, ricordiamolo, il fatto di sangue al centro della pellicola rimane inspiegato. E’ l’occasione questa per dipingere il film del regista giapponese come un testo dal quale è possibile trarre un’infinita varietà e quantità di interpretazioni differenti. Immancabili, come da segno distintivo della collana, i capitoli finali con decoupage e interpretazione di alcune scene fondamentali.

 

 

 

 
 
 
 
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