L’abbandonatrice

Davide Miriani è atteso presso la Container Art Gallery, è lì che con il nome d’arte Damir espone gli scatti preziosi della nuova serie fotografica, la prima a dire il vero che abbia avuto il coraggio di esporre. “Trenta scatti fra chiese e monasteri abbandonati”; un compressore, delle stoffe comprate sui mercatini ed una reflex. Era bastato questo poco materiale per creare gli scatti della mostra: immagini lievi, il tessuto mosso dall’aria che si “contraeva ed espandeva come una medusa di fronte agli affreschi delle navate e sugli altari, s’impigliava nei crocifissi, creava bagliori, riflessi, estrusioni e rientranze”. È atteso Davide e già intravede in lontananza la curatrice della mostra che cerca di destreggiarsi fra la piccola folla che si è formata all’ingresso della galleria, quando il cellulare vibra in tasca. Una voce di donna, non la conosce; dice di chiamarsi Ilaria, di essere un’amica di Sofia. Un nome, una marea di ricordi che colpiscono violenti come un pugno allo stomaco, e poi quel silenzio strano, presagio di cattive notizie, l’attesa di “quella parola, la parola”. Sofia è morta, si è suicidata e l’amica chiede a Davide di raggiungerla per il funerale. Lui ormai è già con la testa altrove, cerca di controllare il respiro, di sopportare il senso improvviso di oppressione che scava il suo corpo. E pensa a lei, a come l’aveva conosciuta anni prima. Nel bel mezzo di un attacco di panico, Sofia era stata l’unica a comprenderlo, a soccorrerlo e a farlo riemergere da quel buio, “quel momento in cui tutto diventa blu”...

Se si visita il sito di Stefano Bonazzi – già autore di A bocca chiusa pubblicato da Newton Compton – e ci si sofferma ad osservare con attenzione le sue fotografie, la prima sensazione che ci pervade è quella di disagio; la scelta dei colori, i soggetti (prevalentemente femminili) con il volto sempre coperto da maschere zoomorfe o da tessuti o da strambi copricapi, le ambientazioni e l’attenzione quasi maniacale per i particolari destabilizzano l’osservatore che comunque non può fare a meno di mantenere incollati gli occhi all’immagine che ha di fronte. Lo stesso Bonazzi, parlando delle sue fotografie, afferma: “i miei personaggi sono impregnati di paura. Il continuo rapportarsi con altri individui li ha stremati, hanno perso ogni forma di fiducia scegliendo di schermarsi dietro un confine che garantisca loro protezione […] i miei personaggi preferiscono i tenui grigi ai colori abbaglianti e vivaci dell’odierno nulla”. Ecco, la stessa sensazione si prova addentrandosi fra le pagine di questo romanzo che concentra tutte insieme emozioni, paure e insicurezze, comprimendole e rendendo la lettura un’esperienza a volte faticosa sul piano emozionale. La vita dei tre uomini sopravvissuti a Sofia si snoda tra abbandoni (quello di Sofia che prima sparisce senza dare spiegazioni lasciando Davide ed il suo compagno Oscar, e anni dopo si toglie la vita rendendo a tutti gli effetti suo figlio Diamante un orfano bisognoso di un tutore legale), di paura di cui gli attacchi di panico di cui soffre Davide non sono altro che la punta dell’iceberg, di solitudini e silenzi, di disagio adolescenziale, di tossicodipendenza (nel cui vortice Oscar cade senza più riuscire a riemergere) ma anche di ricerca di un proprio posto nel mondo. Da ultimo il tema dell’omosessualità, affrontato qui con tocchi lievi (unica eccezione la serata in famiglia durante la quale Davide fa coming out) ed inserito nel tema più ampio della difficoltà di accettare la diversità. Una scala di grigi come quella che prevale nelle foto di Bonazzi avvolge le vite dei protagonisti de L’abbandonatrice. Sul finale inaspettato un accenno di luce e di speranza perché “Qualcosa mi basterebbe, sarebbe già un inizio. Qualcosa fa meno paura e, soprattutto, qualcosa è meglio di niente”.



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