L’acquedotto di New York

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Aprile 1871, New York. Martin Pemberton è un giovane, brillante, talentuoso e ombroso freelance che collabora con il “Telegraph”. Il caposervizio McIlvaine gli commissiona spesso e volentieri le recensioni dei libri, e Martin lo ripaga con articoli scoppiettanti che suscitano ammirazione e polemiche. Martin non è un freelance qualsiasi, e non solo per il suo talento: è figlio del defunto, famigerato Augustus Pemberton, un ricchissimo affarista senza scrupoli che ha fatto fortuna durante la Guerra Civile vendendo all’esercito nordista scarpe, coperte e tende di pessima qualità e, in segreto, trafficando schiavi con gli Stati Confederati (un orribile paradosso, considerato che era un imprenditore tra quelli più vicini al Presidente Lincoln, no?). Nonostante le ricchezze del padre, Martin vive in miseria: dopo una lite furibonda con il fosco genitore causata dalla clamorosa decisione di Martin di svelare le malefatte del padre in una tesina sul commercio stilata per la Columbia University, è stato cacciato di casa ancora giovanissimo. Augustus da quel momento non gli ha passato un penny, e i suoi studi sono stati pagati di nascosto dalla bella matrigna Sarah, la seconda moglie del malvagio magnate. Quando Pemberton senior, nel 1870, è morto per una “malattia del sangue” è stato sepolto in Laigh Street: al suo funerale sono intervenuti i maggiori dignitari della città, il cosiddetto “Anello” guidato da Boss Tweed che come un governo-ombra controlla New York. Sono parecchie settimane che McIlvaine non vede Martin: sulla sua scrivania la pila dei libri da affidare per la recensione al suo freelance preferito è diventata imponente, ma del giovane nessuna traccia. E l’ultima volta che è passato alla redazione del “Telegraph” Martin era sconvolto: farfugliava qualcosa sul fatto che suo padre in realtà era ancora vivo, che l’aveva visto passare in una carrozza per la strada, vicino alla riserva idrica di Croton. McIlvaine quel giorno ha pensato ad una delle sue solite mattane, ma ora comincia a preoccuparsi e decide di fare visita al freelance, che abita in una stamberga a Greene Street, la strada delle prostitute a buon mercato…

Sì, abbiamo già incontrato il giornalista McIlvaine. Il protagonista di questo fascinoso thriller era apparso in un altro libro di Doctorow, l’antologia Vite di poeti, in un racconto dall’atmosfera sinistra ambientato proprio presso la riserva idrica di Croton (ecco l’acquedotto a cui allude, impropriamente, il titolo italiano). McIlvaine lì assisteva all’annegamento di un bambino mentre passeggiava in compagnia della sua fidanzata di allora, scomparsa dopo pochi mesi – si premura di spiegarci l’autore – per una crisi cardiaca nonostante la giovane età. Ma ciò che in quel breve racconto era solo un abbozzo, qui diventa una storia potente, un affresco che piacerà da matti a chi ha amato L’alienista di Caleb Carr e la serie televisiva The Knick con Clive Owen. Al centro della vicenda c’è la New York appena uscita dalla tragedia della Guerra Civile: una metropoli selvaggia, che brulica di carrozze e cavalli, locomotive, bastimenti a vapore, con cantieri ovunque. Una Babele depravata in cui tutti (o quasi) sono corruttibili ed eserciti di bambini poveri sono utilizzati come manodopera o peggio. Sono queste le assi di palcoscenico su cui recitano i personaggi di Doctorow: giornalisti, poliziotti, vedove, fantasmi, scienziati “pazzi” da manuale. Lo scrittore qui abbandona ogni sperimentalismo nel linguaggio e nella narrazione e si dedica anima e corpo a creare entertainment di alta, altissima qualità. C’è un mistero, c’è l’amore, c’è un cattivo: grande libro.



 

 

 

 
 
 
 

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