L’alba

L'alba
È una notte difficile per Elisha. È una lunga notte che lo cambierà per sempre e nulla potrà ricondurlo indietro, mai più. Sono anni difficili in Palestina, dopo la fine della Seconda guerra mondiale e prima del riconoscimento dello Stato di Israele. Un gruppo sionista terroristico di resistenza armata ha preso in ostaggio un ufficiale britannico e minaccia di giustiziarlo all’alba, per rappresaglia: il nemico inglese ha deciso l’impiccagione di David ben Moshe, uno dei loro. Uomo per uomo. È la guerra, si ripetono di continuo. Gli Ebrei sono un popolo devastato dall’orrore recente dell’Olocausto; la Storia non li ha mai costretti in ginocchio, nonostante tutto, ma questa volta la ferita fa troppo male e ha insinuato la convinzione di essere un popolo che per sopravvivere dovrà imparare l’odio e la guerra. Davvero si può imparare ad odiare per avere l’unica possibilità di un avvenire? Ma diciotto anni sono troppo pochi e gli orrori di Auschwitz e Buchenwald troppo grandi per poter rispondere consapevolmente a chi ti dice perentorio: “Voglio il tuo futuro”. Le trattative politiche dopo la cattura dell’ostaggio seguono logiche proprie e non lasciano scelta a chi crede di aver trovato l’unica, terribile, risposta possibile. È tempo di reagire, è tempo di riscatto, è tempo di far sentire la propria voce, finalmente, a chi ha fatto finta di non vedere ciò che succedeva in Europa negli anni di Hitler. In troppi e per troppo tempo si sono comportati come i bambini quando chiudono gli occhi e pensano di diventare invisibili, voltandosi dall’altra parte e fingendo di credere che le voci sui campi di morte fossero esagerate.  Elisha è chiamato ora al passo decisivo: è lui il prescelto per giustiziare l’ostaggio all’alba. Proprio lui, il ragazzo che a Parigi voleva studiare filosofia per capire il senso del dolore e dove incontrare di nuovo Dio, quasi per darGli un’altra chance dopo la prima notte ad Auschwiz. In quella notte di paura, in uno di quei campi magici “dove i vivi si trasformano in morti e il futuro in nuvole”, in quella notte dalle mille domande e nessuna risposta, Dio ha taciuto e il fanciullo che Gli chiedeva dove fosse Lo ha visto morire “su più di una bocca, più di una volta”. Pare di sentire la voce straziata del Figlio che invoca invano dalla croce “Mio Dio perché mi hai abbandonato?”. Completamente svuotato, corpo senza più anima, Elisha ha allora detto sì a Gad, l’assassino dalla voce di una dolcezza infinita, ed è diventato uno di quelli “che hanno lacrime al posto degli occhi”, perché, quando non si hanno amici da perdere, è più facile scegliere di diventare terrorista. Ma c’è ancora una notte difficile da attraversare per Elisha, nella Scuola-Prigione (che ossimoro tremendo!) prima che sia l’alba, che in Palestina è bella come in nessun altro posto nel mondo ma, dopo le notti calde, sorge rossa come il fuoco e come il sangue. L’alba, simbolo di rinascita, in certo modo è tale anche per lui, perché, in un modo o nell’altro, sarà un altro Elisha a rivedere il nuovo giorno…
Tutto il romanzo, con la sua prosa dura, asciutta, scarna, dominata dalla paratassi eppure così delicatamente poetica, è come un pianto straziante lungo tutta una notte, una notte di ombre e di sguardi, una notte di silenzi che fanno paura ma anche una notte dalle mille facce, tante quanti sono coloro che Elisha ha incontrato nella sua vita e lo hanno reso quello che è: il padre, la madre, l’amico di infanzia, il saggio maestro, il mendicante che forse era un Profeta, persino il suo io bambino, non ancora disincantato e quindi assai più saggio. Sono venuti tutti a guardarlo uccidere un uomo, non per rimproverarlo come Elisha teme, ma per dividere con lui questo peso. In questi dialoghi con se stesso il racconto si dilata in una dimensione assai più ampia in cui affiora la ricerca di risposte, che non è più quella del singolo ma quella di una intera civiltà, di un intero popolo che si domanda dov’è il suo Dio, perché non è intervenuto nel momento del dolore, perché ha permesso che tutto avvenisse nei campi di sterminio. Dove era Dio quando, guardando il fumo salire dai forni in cui erano state condotte sua madre e le sue sorelle, un bambino Lo sente morire  nella sua anima e perde se stesso, la sua famiglia, le sue speranze, le sue certezze e persino la capacità di fare domande. In queste strazianti descrizioni della notte, che già per tutti è il momento in cui si è più deboli e indifesi, il protagonista si confonde decisamente con l’autore, quell’Elie Wiesel che ha scritto un capolavoro autobiografico come La notte dove racconta “mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata né quegli istanti che assassinarono Dio, la mia anima e i miei sogni”. Eppure, forse, una lama di luce compare in questo romanzo breve, uno di quei piccoli libri che ti toccano l’anima. Quando Elisha incontra John Dawson, il capitano inglese che ha sul viso una immensa pietà per il suo assassino che ha l’età di suo figlio, il giovane si chiede se Dio è da qualche altra parte o forse davvero è lì, nell’assenza di odio tra vittima e carnefice, chiunque essi siano in quel momento. Forse Elie Wiesel, ebreo rumeno premio Nobel per la pace nel 1986, sopravvissuto all’Olocausto, ha intravisto finalmente uno spiraglio nelle notti che continuano ad abitare i suoi ricordi e i suoi scritti? Ci piace volerlo credere e pensare che chi ha ancora una ferita aperta dalla Storia impressa nelle carni voglia, legittimamente, non dimenticare ma anche suggerirci che la risposta, nonostante tutto, non è mai l’odio. L’alba, quando il dolore si fa poesia.

 

 

 

 
 
 
 
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