L’albero delle mele

Nella sonnolenta estate del 1900, mentre il mondo è in pieno fermento per rivoluzionarie scoperte scientifiche e grandi stravolgimenti culturali, nell’estremo nord-ovest degli Stati Uniti d’America, nelle campagne di Wenatchee, nello Stato di Washington, la vita scorre ancora lenta e legata alle stagioni. Fra quei boschi ancora incontaminati, il non più giovane William Talmadge conduce un’esistenza pacifica, serena, ma non per questo avulsa dal dolore: sua sorella Elsbeth molti anni prima è scomparsa ancora ragazzina, prima ancora suo padre è morto nel crollo di una miniera e sua madre l’ha raggiunto da lì a poco tempo. Tutto questo ha segnato la vita di William per sempre, in un mondo fatto di solitudine e silenzi. L’uomo sembra più vecchio dei suoi cinquant’anni: la pelle segnata dal sole, le orecchie troppo grandi, ma i suoi occhi azzurro fiordaliso tradiscono la sua età: sembrano quelli di un giovane ragazzino puro e innocente nell’animo. La sua vita prosegue come sempre, pacata e noiosa, quando un bel giorno due giovani donne, Jane e Della, entrambe incinte, gli rubano delle mele al banco che tiene al mercato. Dopo alcuni giorni, le due giovani, selvagge e brutalizzate da un drogato violento e crudele - che tra le altre cose le fa anche prostituire - si presentano nel suo frutteto. Talmadge le accoglie, ma le ragazze sono titubanti, non si fidano, preferiscono dormire all’aperto: piano piano l’uomo fa breccia nella loro diffidenza, comincia a conoscerle e a comprenderle. Però la vita non è mai giusta e il destino non sarà generoso con tutti, o forse con nessuno...
L’albero delle mele (in originale The Orchadist) segna l’esordio letterario di Amanda Coplin. Un esordio che ha ricevuto davvero ottimi consensi in patria e che affonda le sue radici nel mito dell’Ovest, nel quale aveva riposto le sue speranze, come altre milioni e milioni di persone, la famiglia di Talmadge quando era un bambino. L’estate del 1900 è un tempo essenziale e preciso per definire il passaggio di due secoli - per la Storia molto diversi - l’Ottocento ancora agricolo contro il Novecento industriale, tanto fondamentale come lo è stato anche quel 1865 (l’anno della scomparsa della sorella di William) per gli Stati Uniti sotto molti aspetti: la fine della Guerra di Secessione segnava l’inizio di quel lento processo che avrebbe reso la nazione americana la prima potenza politica e industriale dell’Occidente. L’autrice ambienta la storia nel luogo delle sue origini e struttura un’opera lunga e rigorosa che si concentra sulle acute analisi psicologiche del protagonista e culmina nel messaggio finale, ovvero che mai il dolore e il passato possono essere lasciati indietro, anzi diventano bagaglio del proprio essere, lo formano, lo plasmano nel bene e nel male. Passato e presente quindi si mescolano in una storia che riecheggia la stessa forma ariosa dei boschi e delle lande infinite di quei luoghi ancora vergini, selvaggi, incontaminati nei quali prende corpo. Cosicché la forma narrativa si fa epica non solo attraverso la dimensione della vicenda, ma anche attraverso la costruzione dei personaggi secondari, che fanno da sfondo come i caratteristi rudi e concisi dei classici western di John Ford. Ma nella sua malinconia Amanda Coplin ricalca meglio il senso di perdita e vuoto ritratto da Howard Hawks e Anthony Mann nonché la formula del western autunnale di tardi anni Sessanta e inizio Settanta, quello diretto da Arthur Penn (pensiamo a “Piccolo grande uomo”) o Sydney Pollack (“Joe Bass l’implacabile” e “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”). Perché come quel cinema la scrittura di quest’autrice arriva in un momento storico lontano sia da quel genere letterario sia da quel tempo. Eppure in questa dimensione estremamente malinconica e al tempo stesso violenta della frontiera, attraverso i temi classici della colpa e della redenzione, della vita e della morte, della fede e dell’amore, il lettore può cogliere le tracce dell’antico splendore verso quel desiderio di futuro e di speranza che si celava dietro quei viaggi infiniti dei pionieri. La Coplin spiega così entrambe le ragioni dietro quel mondo: la fiducia e il fallimento, ma inesorabilmente il senso atavico di desolazione predomina nel romanzo. Perché in fondo tutta quella ostentata innocenza del sogno americano si era già persa nell’estate del 1900, a Wenatchee.

 

 

 

 
 
 
 
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