L’albero e la vacca

L’albero e la vacca
Nel parco della cittadina di Recanati svetta una grande tasso, un tasso “mortifero” i cui frutti sono pericolosi da ingerire, sotto il quale si sconsigliava di riposare - anche nella letteratura antica - perché sventurato portatore di sonno eterno. A otto anni Adriano, diversamente dai suoi coetanei, legati a più comuni animali domestici, si affeziona a questo grande albero scuro, su cui ama arrampicarsi e da cui riesce a guardare il mondo circostante. Suo padre laggiù non si accorge di nulla come al solito, totalmente preso dal suo trattato di ornitologia che lo distrae da tutto, dalla moglie, dal figlio e persino dalle piccole cose che gli avvengono intorno, assalto delle formiche incluso. Sua madre poi non sembra voler far altro nella sua vita che gridare il suo malessere accanto a quell’uomo dalla testa vuota a cui impartisce lezioni quotidiane non richieste e dal quale decide di separarsi. Per Adriano è difficile esistere o esprimere un opinione: nessuno, comunque, sembra interessato ad ascoltarla. C’è solo un modo, di conseguenza, per estraniarsi da quel caos doloroso e improvviso: salire sul tasso e mandare giù uno di quei dolci frutti rossi, che sembrano non avere troppi effetti collaterali, se non quello di far apparire un essere delicato e mansueto, una mucca bianca che simboleggia la pace che Adriano desidera avere accanto a sé…
Argentino di nascita, marchigiano di adozione – vive ormai stabilmente a Recanati, la stessa città del piccolo protagonista - Adrián N. Bravi ha scelto la nostra lingua per creare la maggior parte dei suoi romanzi. Il suo lavoro di bibliotecario dell’Università di Macerata si intravede nelle citazioni che impreziosiscono il romanzo, soprattutto le definizioni tassonomiche iniziali o i rimandi a scrittori passati che hanno dedicato pagine all’albero del tasso. Proprio questo albero rappresenta il rifugio su cui Adamo si sente finalmente libero, soprattutto dai pesanti fardelli familiari che appesantiscono la sua giovane vita, ma anche le radici su cui poggia l’intera narrazione. Questo libro è profondo, a tratti divertente, lucido nella sua descrizione della palude opprimente che possono rappresentare le quattro mura domestiche. Risulta quasi ovvio ripensare a Calvino e al suo Il barone rampante quando si leggono le vicende di questo bambino e del suo albero. Ma se da una parte per il piccolo aristocratico l’elce del giardino era un trampolino per muoversi nel mondo, dall’altra, per Adamo, sono i frutti velenosi, o meglio allucinogeni, del tasso a consentire di scoprire un universo “altro”.

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