L’aldilà

L’aldilà

Sì decidono presto Luis e la sua giovane innamorata la cui famiglia osteggia l’idillio amoroso con ostentata determinazione: il suicidio è l’unica via che permetta loro di vivere in eterno il sentimento che li arde. E così, senza ripensamenti, camera d'albergo, veleno e subito dall’altra parte, a fluttuare nello stesso spazio dei vivi, ma in una dimensione del tutto impalpabile e intangibile. Felici e insieme riprendono la quotidianità dei luoghi, nei quali gli altri sono solo ormai figurine passeggere, lontani dagli amanti, ugualmente incorporei, mentre la realtà della loro carne continua a pesare prima tra le braccia dei cari, poi sotto la terra nel mondo denso di masse, di dramma e gravità che arranca nel suo moto ciclico intorno ai due fantasmi entusiasmi. Ma rivelazioni dal profondo delle loro coscienze sono destinate a distruggere una fatua allegria per una finta libertà acquistata a caro prezzo. E altre infelicità seguono, indipendenti eppure tutte manie e brame appartenenti ad uomini nocivi solo a loro stessi, che si barcamenano tra follia, amore e morte...

L’aldilà, raccolta che prende il titolo dal primo racconto che vi si narra ‒ quella appena descritta la trama ‒, rappresenta un saggio di diversa intensità e qualità della produzione di Horacio Quiroga. Una figura funambolica, eccentrica (come azzeccatamente Arcoiris intitola la collana in cui annovera il suo lavoro), sublime personaggio tra i suoi personaggi egli ha vissuto una vita che sembra essere frutto della sua penna migliore, e anche per questo incuriosisce tanto i lettori, se non gli bastasse essere un padre della moderna letteratura ispanoamericana attraverso i semi fertili della sua ricca narrativa breve. Lo scrittore argentino lascia ai posteri ‒ e tra i posteri a lui più vicini e che potrebbero dovergli più di qualcosa anche Borges e Cortázar ‒, alcune perle di concisione e tragicità. Da più d’uno paragonato a Hawhtorne, parente di Hoffman, il suo vampiro stringe la mano gelata alla sorella metallica Olympia, meno rocambolesco di Poe, sconvenientemente più reale, e perciò dal compiacimento più scomodo e meno appagante, Quiroga ci turba e ci svuota con Le mosche o Il puritano, in una catastroficità silenziosa al limite della catarsi.



 

 

 

 
 
 
 

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