L’altro figlio

L’altro figlio

Stanca del lavoro ‒ che la tiene sveglia fino a notte fonda a pensare a quali piastrelle scegliere per i bagni di un museo ‒ e stanca del freddo di New York Janie, architetto quasi trentanovenne, decide di prendersi una vacanza, destinazione Trinidad (ha un nome musicale, che le piace, così ha scelto la sua meta). A Trinidad può concedersi il tempo di leggere sciocche riviste di gossip, “spegnere il cervello” lasciandosi accarezzare dal sole. Janie passa oziosa le giornate in spiaggia, fa il bagno e alla sera torna all’hotel, occupato per la maggior parte dagli invitati di un matrimonio che si celebrerà di lì a breve tra un’americana ed un ragazzo del posto. Si festeggia proprio la cena della vigilia di nozze la sera in cui Janie si siede al suo consueto tavolo, decisa a provare la capra al curry. Un uomo seduto al tavolo accanto la guarda incuriosito e presto i due cominciano a parlare. Lui si chiama Jeff, Jeff Vattelapesca; la chimica fra loro scatta immediata e già il giorno dopo si ritrovano sulla spiaggia a fare l’amore, senza preoccuparsi di nulla. Jerome Anderson, psichiatra, ha appena ricevuto una diagnosi terribile: afasia primaria progressiva, è questo il disturbo che non gli fa trovare le parole giuste al momento giusto. Una malattia degenerativa per la quale non esiste cura. La neurologa gli dice che la sua vita non è finita, ma la vita di Jerome, da quando è scomparsa Sheila, è il suo lavoro. E il suo lavoro si nutre di parole, deve procedere con gli studi sulla vita dopo la morte, non gli rimane altro...

Debutto interessante per Sharon Guskin, che si cimenta con un tema non facile, quello della vita dopo la morte, spesso banalizzato con il fine unico di turbare il lettore con un romanzo da brivido. L’autrice, invece, sceglie un approccio delicato: se all’inizio l’atmosfera è resa inquietante dagli strani comportamenti del piccolo Noah, poi sono le emozioni dei protagonisti adulti che prendono il sopravvento, rendendoci partecipi di un dramma intimo non comune, ma del quale percepiamo chiaramente il dolore che può comportare. Interessante e funzionale l’idea di interrompere la narrazione con alcuni stralci riportati dal libro Life Before Life di Jim B. Tucker, psichiatra che studia i casi di bambini (solitamente fra i 2 ed i 6 anni) che hanno ricordi della loro vita precedente. Una possibilità che, scettici o meno che siate, risulta terribile ed affascinante al tempo stesso e che evoca la poesia di Walt Whitman A uno sconosciuto (“Sconosciuto che passi!non sai con che desiderio ti guardo, devi essere colui che io cercavo, o colei che cercavo (mi arriva come un sogno), sicuramente ho vissuto con te in qualche luogo una vita di gioia...”). La scelta di non dare risposte chiare e precise e lasciare alcuni dubbi anche nei protagonisti è un valore aggiunto al libro, che non risulta pertanto latore di teorie esoteriche, ma invita i lettori ad aprirsi ad altre possibilità, a provare a pensare che siamo gli uni collegati agli altri, al di là del tempo e dello spazio.



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