L’amico scrittore

L’amico scrittore

“Fabio, smettila con le domande!”. Comincia con una divertente vignetta che ritrae i due scrittori seduti su una penna stilografica la lunga intervista in cui Fabio Gambaro sviscera l’uomo Pennac partendo da spunti e sotto-testi delle sue opere: la saga di Malaussène, Come un romanzo, Diario di scuola, Diario di un corpo... Gambaro, legato allo scrittore da una lunga amicizia, è consapevole che Pennac non ama le interviste, né esser scambiato per un “grillo parlante”, così usa i libri come pretesto per portare Pennac a parlare non solo di letteratura ma anche della società e dell’Europa, delle loro paure più profonde, dei limiti e delle colpe del sistema politico ed educativo. Si parte dal potere terapeutico della scrittura e si attraversano molte tappe: i diritti dello scrittore (ché mica solo i lettori hanno dei diritti imprescindibili), il mestiere di insegnare (nessun somaro è felice della sua condizione), la trappola dell’autobiografia (che qualunque peripezia psicopatologica possa trasformarsi in letteratura è un “abuso d’autorità letteraria”), la volgarità insita nella pretesa di alcuni scrittori d’imporre idee personali disprezzando la dimensione romanzesca (così si tradisce il romanzo), fino ad arrivare al concetto di scrittura come dono al lettore con l’annuncio di un nuovo capitolo dedicato alla tribù Malaussène...

Il colophon ci avvisa che alcune interviste sono già comparse su riviste e nel volume Il mondo di Pennac, ormai fuori catalogo. Il testo si mostra forse per questo ripetitivo in alcune parti, ma mai noioso: ogni domanda, ogni risposta, sono legate al filo delle emozioni. Tutte le riflessioni scaturiscono da tranche de vie dello scrittore francese. Pennac avverte i lettori che la lunga intervista in realtà “è una chiacchierata fra vecchi amici”. L’amicizia è un valore fondante nella vita dello scrittore, le relazioni personali alimentano il suo estro letterario. Così il suo concetto di scrittura orale si esprime nella pratica di leggere sempre le sue storie agli amici più cari prima della pubblicazione, amici che fanno le veci di editor consigliando e dando nuovi input al romanziere. Il lettore si immerge negli affascinanti meccanismi di scrittura (“rileggo ad alta voce per verificare quello che ho scritto”), nel lavoro certosino con cui Pennac modella e plasma la lingua francese (“sono come una balena che si inabissa per inghiottire plancton semantico”), nel gioco della letteratura per l’infanzia (“più sono essenziali, più le parole devono essere precise ed efficaci”). La parte dedicata alla letteratura (che deve essere una storia, non un saggio camuffato) è più interessante e personale rispetto alle riflessioni politiche e sulla società (Pennac è un uomo profondamente comunista, nel senso più puro del termine). Forse la preferenza è data dall’amore profondo per le metafore e i giochi di parole del romanziere, che mi hanno folgorata fin dalla scoperta adolescenziale de Il paradiso degli orchi, facendomi innamorare del suo mondo sospeso fra ciò che è e ciò che sembra.



 

 

 

 
 
 
 

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