L’amore al tempo degli scoiattoli

L’amore al tempo degli scoiattoli
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Palo Alto, California. In un bungalow immerso nel verde nell’ultimo isolato di Tasso Street vive una giovane donna: Veblen Amundsen-Hovda. Le sue origini sono norvegesi, ama la natura, ama immergersi nel verde e ama soprattutto gli scoiattoli. Non lo confida a chiunque, lo confessa solo alle persone di cui sa che può fidarsi, ma Veblen parla con gli scoiattoli e ascolta le loro risposte. Da poco Veblen ha conosciuto Paul: amore a prima vista. Vivono assieme e tra di loro tutto sembra andare per il verso giusto: non ci sono screzi, incomprensioni, litigi, solo tanto tantissimo amore. Non resta, per coronare al meglio la loro storia d’amore, che conoscere i rispettivi genitori e dire loro che hanno deciso di sposarsi. Veblen si troverà catapultata in un mondo totalmente opposto al suo: la mamma di Paul è una donna decisamente “freak”, molto hippie, legata ad un mondo anni Sessanta che non esiste quasi più, e questo lascia quasi esterrefatta Veblen. Paul invece sarà alle prese con Melanie, la mamma di Veblen, una donna chic e sofisticata ma allo stesso tempo nevrotica che non si capacita di come due persone così diverse possano minimamente pensare di convolare a nozze. Tra malintesi, incomprensioni, diverbi e discussioni, le due famiglie riusciranno a conoscersi e ad apprezzarsi, nonostante le differenze…

L’amore al tempo degli scoiattoli è il secondo romanzo edito in Italia di Elizabeth McKenzie, finalista al National Book Award dello scorso anno. La storia è piacevole, divertente, densa di ironia. L’amore tra Veblen e Paul è, in fondo, il pretesto perché due famiglie completamente opposte si incontrino e si “scontrino”, per certi versi. Tutti i protagonisti sono preda di idiosincrasie personalissime. Melanie, la mamma di Veblen, è il personaggio più ironico e tagliente di tutto il romanzo, quello a cui sono affidate le battute più sagaci e sarcastiche. Si prova affetto per tutti loro, quasi ci si cominciasse a sentire “in famiglia”. Forse la parte più “debole” dell’intero romanzo è la sua lunghezza. Ci troviamo davanti ad un lavoro di oltre quattrocento pagine. Non sempre la tensione narrativa riesce a restare alta. Probabilmente sarebbe stato opportuno giocare la carta di una maggiore sinteticità per far si che il lettore non abbia mai momenti di “noia”. Elizabeth McKenzie ci regala però un lavoro interessante, ironico, allegro. Ci fa riflettere e riesce a strapparci un sorriso. Che altro si può chiedere ad una storia se non quello di coinvolgere il lettore e di regalargli ore piacevoli?



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