L’amore cattivo

L’amore cattivo

Nora. Intelligente, sensibile, emancipata e un lavoro da creativa a Milano, lontano dal paese. Nora, quarant’anni, sola, qualche relazione fugace alle spalle, un paio di amiche, qualcuna che sa. Nora e i tagli, la bulimia e un passato che l’analisi non ha cancellato; però è servita a tenere a bada i fantasmi e per la prima volta le ha detto che lei non è sbagliata. “Accogli la bambina impaurita. Prendila per mano, abbi cura di lei”. Nora e “una farsa di madre. Una comparsa patetica”. E poi una sorella lontana e un padre passivo. Nora sempre “in fuga da qualcosa, braccata”. E finalmente Nora e un raggio di sole luminoso di speranza, in una libreria vicino alla Stazione Centrale, in un pomeriggio per fuggire “alle crudeltà delle domeniche”. Nora e Alessandro, colto affascinante, elegante, che la guarda negli occhi e l’ascolta. E le parla di libri. Un ricordo blu che l’accompagna per giorni, fino a che lui la richiama e la ritrova nell’altrove in cui lei lo ha pensato di continuo. L’ultima analista glielo aveva detto:”Mantenere sempre il controllo delle emozioni, se no si rimane feriti, desolati e soli”. Ma ora Nora sorride radiosa e il suo sguardo porta “riflessa tutta la voglia di riscatto verso l’antica infelicità. Verso quell’infanzia di dolore e rifiuto. Verso un tempo e un insieme di giorni diversi e più soli”. E non servono gli sguardi preoccupati delle amiche che le vogliono bene, non bastano i dubbi vaghi che si insinuano in quella insperata felicità: esiste solo Alessandro, Alessandro che le dice di amarla, Alessandro che sa toccarla come non ha mai fatto nessuno, che vuole andare subito a vivere a casa sua, che la chiama di continuo, che se lei non risponde…

Un libro che fa male, molto male. Il nuovo romanzo di Francesca Mazzucato – traduttrice, consulente editoriale, autrice di romanzi, racconti e saggi – trabocca del dolore dell’ineluttabile, della sofferenza che non guarisce e espone, fragili e “senza pelle”, alla violenza, qualunque forma abbia. Nella storia estrema, eppure così tragicamente comune, della bambina cresciuta con un amore sbagliato, “cattivo”, malato, egoista, cieco all’altro che non è sé, facile preda di un uomo violento, maniaco del controllo, affetto da sindrome narcisistica, si raccolgono tutte le storie delle fragilità esposte all’indifferenza, alla prepotenza, all’egoismo per un disperato bisogno d’amore, che non è mai solo il titolo di una vecchia canzone. È invece quel vuoto che vuole essere riempito, che rende ciechi e sordi, che tutte le volte soffoca la ragione che sa bene quanto si stia sbagliando. “Chi è stato orfano in qualche forma […] lo rimane tutta la vita, e cerca solo di colmare quel vuoto”. Leggere questo libro intenso è affondare un dito nelle pieghe intime di una certa fragilità femminile, di quelle disposte a raccontarsi pericolose bugie pur di sentirsi apprezzate. E non importa se quello è un amore “cattivo”, attento a scegliere – riconoscendolo da uno sguardo smarrito, da un gesto un po’ goffo – il terreno più disponibile a far germogliare quella malefica pianta. Una scrittura spezzata, a volte a singulti, racconta i pensieri convulsi, quelli stravolti dalla confusione, quelli deliranti del desiderio patologico di controllo. Una narrazione asciutta, potente, tagliente come un bisturi, eppure lirica e dolente. Una lettura intensa, che riecheggia la cronaca quasi quotidiana, ma che pure si spinge più lontano, alla fonte delle fragilità da cui tutto si origina, quelle che espongono ai tanti modi di subire. Amore cattivo: un ossimoro? No, purtroppo non lo è. Una piccola polemica. Su un noto quotidiano, chi ha raccontato il romanzo ha calcato la mano sul fatto che una delle cause importanti che spinge Nora verso il baratro insidioso dell’illusione sia lo scorrere del tempo: una donna di quarant’anni, sola, che inorridisce quando la chiamano “signora”, che vede le amiche sposate con figli è preda di paure e ansie, ergo... Beh, solo un uomo poteva scrivere una cosa simile in questi termini.



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