L’analfabeta

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La figlia del maestro del paese a quattro anni già legge, legge tutto quello che può. È come una malattia. La bambina legge fino a farsi sgridare, legge talmente tanto che i parenti si preoccupano. La Seconda guerra mondiale è appena cominciata e la sua terribile eco arriva persino in quel remoto paesino ungherese privo di stazione, di elettricità, di acqua corrente, di telefono… A nove anni il trasloco in una città di frontiera in cui almeno un quarto della popolazione parla tedesco, anzi un dialetto tedesco. La bambina è sconvolta: “Non avrei mai immaginato che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano potesse pronunciare parole che non sarei riuscita a capire”… A quattordici anni i genitori la mandano in collegio. Il fratello maggiore ci è andato un anno prima, il fratellino piccolo sta ancora a casa con la mamma. Il collegio comunista è “qualcosa tra la caserma e il convento, tra l’orfanotrofio e il riformatorio” e ospita gratuitamente circa duecento ragazze. Sveglia all’alba, ginnastica in giardino, doccia con acqua fredda, una colazione frugale, trasferimento a scuola marciando per la strada e cantando inni rivoluzionari, pranzo e poi compiti. Ma soprattutto tanta noia, lunghe ore vuote da riempire. La ragazzina le riempie ovviamente leggendo, ma anche scrivendo un diario in una lingua segreta e piangendo. Piange la sua infanzia perduta, i giochi in campagna, la famiglia. I suoi rimpianti diventano frasi nella notte, ripetute a se stessa prima di addormentarsi nella grigia camerata del collegio. Quelle frasi notte dopo notte le “girano attorno, bisbigliando, prendono un ritmo, delle rime, cantano, diventano poesie”…

Agota Kristof (la grafia esatta sarebbe Ágota Kristóf, ma gli editori non solo italiani hanno preferito evitare caratteri poco noti e utilizzati fuori dall’Ungheria) ci regala undici polaroid, undici momenti della sua vita. E dimostra quanto considera preziose le parole centellinandole con cura lungo soltanto 53 pagine. Meno parca è però con i temi affrontati, che vanno dalle inquietudini e gli enigmi dell’infanzia (il cavallo di battaglia della Kristof) alla sofferenza dei Paesi “minori” dell’URSS schiacciati politicamente ma anche culturalmente dal gigante sovietico, dai suoi esordi nella scrittura al tema della migrazione. Che conosce in prima persona. A ventun anni infatti, con una bambina di quattro mesi, la scrittrice ungherese – che allora, peraltro, non era tecnicamente ancora una scrittrice – ha passato clandestinamente la frontiera tra l’Ungheria e l’Austria, in fuga dalla repressione del maresciallo Ivan Stepanovič Konev. Quel giorno di fine novembre 1956 la Kristof sente di non aver soltanto perso la sua famiglia, le sue cose, il suo passato, ma anche la sua appartenenza a un popolo. Dopo l’accoglienza in Austria (benevola e organizzata), i profughi ungheresi vengono mandati in Svizzera, a Neuchâtel – per la precisione a Valangin – dove alla Kristof e a suo marito viene assegnata una casa e un lavoro presso la fabbrica di orologi di Fontainemelon. Ma non viene regalata loro la felicità. È forse un paradosso, ma per la profuga ungherese la vita ripetitiva di lavoratrice e madre, quel “nient’altro da fare e da pensare che il lavoro, la fabbrica, la spesa, il bucato, cucinare” è un deserto, che oltretutto attraversa da “analfabeta” (da qui il titolo del volume), perché parla un francese elementare ma non sa leggerlo né scriverlo correttamente. Ci vorrà un corso estivo per stranieri dell’Università frequentato a ventisette anni a restituirle la parola scritta, che utilizzerà scrivendo prima pièce teatrali per compagnie teatrali amatoriali e poi la prosa e la poesia che l’hanno resa una delle scrittrici europee più amate e stimate della seconda metà del Novecento. Un libriccino dalla grafica fascinosa e firmato da una grande della letteratura mondiale, d’accordo, ma solo per fan duri e puri.



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