L’anello di sabbia

L’anello di sabbia
Ha un grosso peso sulla coscienza l’architetto trentenne Hashim: il giorno del suo matrimonio non si è presentato alla cerimonia nuziale, lasciando costernati e perplessi la fidanzata Amàl, figlia di uno dei più noti chirurghi di Baghdad, e i famigliari. Tutti si interrogano su cosa gli sia successo senza trovare risposte. Non immaginano che ha passato buona parte della notte accanto alla tomba dell’amata madre, morta quando era ancora un bambino. Hashim ritiene colpevole della sua scomparsa il padre, troppo pretenzioso e duro nei confronti di una moglie fisicamente debole e fragile di nervi, per questo da tempo lo detesta e lo ignora. Il giovane conduce un’esistenza strana, cerca di essere invisibile agli altri, gira a vuoto per le strade della capitale, spostandosi senza sosta dall’ufficio della Società per cui lavora ed è azionista al club al-Alawiyya o al ristorante “Farùq”. Prova una profonda insofferenza interiore che riesce a placare solo con le note di Chopin e le corse in auto. La sua vita è ormai determinata dall’”altro fattore” subentrato la sera del matrimonio. Lo spiega alla dottoressa Salmà, la cugina di Amàl, che lo incalza assiduamente per convincerlo ad annullare il contratto matrimoniale e porre così fine allo scandalo. La donna prende le parole di Hashim per delle farneticazioni, si preoccupa piuttosto di fargli capire che deve lasciare libera la ragazza perché ha un altro pretendente con una posizione sociale influente, il quale potrebbe usare la sua autorità contro di lui per arrivare al suo scopo…
Fu’ad al-Takarli, come ci ricorda Isabella Camera d’Afflitto nella presentazione, è stato uno dei padri nobili della rinascita letteraria dell’Iraq negli anni cinquanta del ‘900. Scrittore elegante e raffinato, molto intellettuale, ha ottenuto nel 2000 il prestigioso riconoscimento Sultan Owais. Nei suoi romanzi presenza costante è la Baghdad di “prima della guerra”, quella precedente agli anni ’80, di quando si viveva ancora in pace. Attraverso di essa è descritta un’umanità variegata, ora povera e misera ora ricca e altolocata, analizzata con l’occhio dell’entomologo ben esercitato grazie al suo lavoro di magistrato. Il protagonista de L’anello di sabbia appartiene all’alta borghesia, è un benestante e affermato professionista. Frequenta club esclusivi, ristoranti di lusso, eppure è insoddisfatto. Con circospezione al-Takarli ne ricostruisce la storia interiore caratterizzata da un male oscuro che gli mina progressivamente l’equilibrio nervoso. Hashim è un inetto incapace di vivere, per questo sovrappone spesso alla realtà, fatta di convenzioni famigliari e sociali, un’altra realtà immaginaria che gli consente di giustificare i propri comportamenti per quanto assurdi e irrazionali. Si consuma nel morboso ricordo della madre, vista come un essere superiore e puro, “il volto dell’infinito”, che gli fa perdere la nozione del presente. Lo scarto tra livello reale e livello onirico è rappresentato dalle due figure maschili con cui il giovane architetto è suo malgrado costretto a confrontarsi, il padre e lo zio. Sono loro a rimarcare lo scontro generazionale e a simboleggiare la paura di mettere i piedi per terra e di riconoscere la verità. al-Takarli mostra una penetrante capacità di introspezione psicologica, resa con efficacia dall’uso costante dei monologhi interiori del protagonista. Ne registra le incertezze, i dubbi, le ossessioni, i desideri, i cambi di umore, mettendo a nudo i moti dell’anima spesso incontrollabili e indecifrabili. Ne L’anello di sabbia propone l’alienazione dell’uomo di fronte alla modernità, con i suoi ritmi e meccanismi spietati e crudeli, che non lasciano spazio a debolezze e fragilità. Per parafrasare il titolo, l’uomo vorrebbe essere duro come il metallo ma è inconsistente come la sabbia. 

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