L’angelo del fango

L’angelo del fango

5 novembre 1966. Anna Giangalco è ferma, in piedi, vicino alla spalletta del Lungarno ad osservare sconsolata la catastrofe dell’alluvione causata dallo straripamento dell’Arno. Anna non è uno degli “angeli del fango”, come sono stati subito chiamati i giovani volontari accorsi da tutte le parti d’Italia e d’Europa per offrire il proprio aiuto alla città di Dante distrutta dai capricci del proprio fiume, ma è lì ferma ad attendere che dai sotterranei della Biblioteca Nazionale alluvionata venga estratto il cadavere di un uomo. Con un elicottero dell’Arma, giunge da Roma a Firenze una missione militare con lo scopo di preparare il terreno alla visita del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. A capo della missione il colonnello Bruno Arcieri, sessantenne ancora in servizio effettivo e particolarmente “efficace”: è lui il solo che potrebbe salvare Anna Gianfalco dalla morte a cui qualcuno intende condannarla per eliminare uno scomodo testimone di antiche ma ancora imbarazzanti vicende degli anni della Repubblica di Salò. Mentre Anna Gianfalco tenta di convincere Bruno Arcieri della necessità di ottenere la protezione del colonnello a garanzia della propria incolumità in cambio di informazioni preziose sulla ex moglie del militare, alcuni ex repubblichini di una cellula fascista ancora in attività organizza un attentato alla vita di Saragat. Sui tetti di Firenze alluvionata, così, si gioca una partita di spionaggio e controspionaggio, di fascismo e antifascismo, tra servizi segreti deviati e fedeli e terroristi neri nostalgici di Salò: ma Saragat ne uscirà incolume perché, scoprirà Arcieri, non era lui il vero bersaglio dell’attentatore. E il morto uscito dalla Biblioteca Nazionale è l’atto di accusa che costringe Anna Gianfalco alla fuga: una fuga tentata ma mai riuscita…

La scrittura di questo libro, lo stile, la trama, l’efficacia del ritmo narrativo ne fanno il classico noir d’ambientazione storica: in realtà, si tratta di un vero e proprio romanzo d’azione (se si potesse dire con un ossimoro, di “azione statica”) in cui, pur poco movimentate azioni, producono serie e determinanti reazioni. Mentre avanza inesorabile l’indagine tutta strategica e di posizione del colonnello Arcieri, si scatenano movimenti centrifughi di spie, servizi corrotti, nostalgici del Duce. Arcieri, d’altra parte, è un personaggio che il lettore di Leonardo Gori già conosce: prima capitano dei carabinieri, poi Ufficiale dei servizi segreti della Repubblica, ora esperto di strategie e tecniche di agguato: con una caratteristica tutta sua, di una mente lucida e razionale, fredda e calcolatrice, dura all’esterno per difendere una sensibilità troppo tenera per uno che fa il suo lavoro. E, infatti, la forza del romanzo non sta solo nella trama avvincente che costringe ad una lettura senza pause possibili o nel suo ritmo narrativo equilibratissimo e stringente, ma anche in quel continuo contrasto che si riassume in Arcieri tra la freddezza dei comportamenti e la sensibilità del cuore: e poi, niente pause descrittive (ecfrastiche, si direbbe in termini tecnici) di eccessiva misura, niente sovrabbondare di aggettivi qualificativi, pochissimi i picchi di superlativi e di espansioni inutili dei nomi. Una tecnica di scrittura che i critici definirebbero asciutta e stringente, tesa ed essenziale. Ma in questi aggettivi, per noi lettori, si nasconde una sola possibile definizione di lettura: un bel romanzo.



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