L’angelo della storia

L’angelo della storia
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Una corsa in taxi e Jacob raggiunge la clinica. Non è una mattinata come tante. Nel suo Yemen, nel piccolo villaggio a due passi da quello in cui è nata sua madre un drone ha ucciso civili inermi, mascherati per l’opinione pubblica da pericolosi terroristi. In quella stessa clinica la receptionist eccessivamente gentile si ricorda ancora di lui, per quella bella poesia lasciata sui muri una notte di qualche anno prima quando strafatto di speed e in preda ad una brutta fuga dissociativa era stato portato lì da amici preoccupati. Lui non è un paziente come gli altri. Lui è il poeta arabo, quello che incarna agli occhi di chi ci lavora l’intero Medio Oriente. Nessuno lo giudica, certo, perché sarebbe contro le regole imposte dalla direzione politicamente corretta, la stessa che non accetta frasi blasfeme o violenza verbale. Jacob non è lì per quello e lo spiegherà a quel dottore tanto simile a Lou Ferrigno, con i muscoli e i capezzoli in evidenza sotto la maglietta bianca attillata, se vorrà ascoltarlo. La sua è un’irrequietezza che vive dentro al suo cuore e che prende la forma di allucinazioni che non vuole più ascoltare. E, in effetti, chi vorrebbe convivere con il Diavolo e con la Morte quotidianamente, assistere ai loro giochi e alle loro conversazioni in quel piccolo monolocale in cui persino il gatto, Behemoth, contribuisce al caos presente con le sue fusa nasali. Se quel dottore glielo chiedesse forse inizierebbe a parlare degli ultimi giorni passati con Greg, del vuoto lasciato dalla sua scomparsa, di quel cuore strappato, di quella miriade di santi e mostri che hanno improvvisamente preso il suo posto. E forse anche di sua madre, la prostituta yemenita da cui ha imparato ad amare…

L’inadeguatezza di Jacob si concilia benissimo con il suo forte dolore. Le ingombranti presenze che popolano la sua mente provano a mettere a tacere proprio quella mancanza che si ritrova dentro di sé. Intorno a lui un’intera generazione, soprattutto nella comunità gay di San Francisco di cui fa parte, muore per un male a cui molti dottori non sanno e non vogliono dare un nome. Un male incurabile che colpisce chi si ama. A lui tocca ricordare tutto, non concedersi l’oblio che desidera e, quindi, i continui flashback e le memorie del suo passato si fanno avanti per aiutarlo in questo arduo compito. La scrittura di Rabih Alameddine in alcuni momenti si fa in tal senso molto difficile da seguire. I continui passi indietro e i rimandi a mondi altri sconvolgono così tanto la narrazione che spesso ne esce vinti. In realtà, la passione di Jacob, quella brama cieca di riportare in vita, anche sono verbalmente, il proprio amato basterebbe per rendere questo romanzo un capolavoro. Le emozioni sono tante e non si può rimanere distaccati di fronte a tanto soffrire. L’amore per Greg ha lasciato un segno su Jacob, esattamente come le guerre infinite stanno lasciando un segno nel derelitto Yemen. La morte personale diviene specchio di quella collettiva e se ne fa portavoce. Le radici dell’una affondano inevitabilmente nell’altra. Alameddine qui come in altri suoi romanzi però riesce ad inserire in questo marasma di disperazione una certa dose di cinismo e sarcasmo che in maniera alquanto inaspettata strappano più di un sorriso.



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