L’angioletto

L’angioletto
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Louis Cuchas è un bambino docile: vive nella Parigi otto-novecentesca, in una piccola casa nel logoro quartiere di rue Mouffetard. Si diverte a guardare il mondo, come un giocattolo nuovo di cui mai sembra stancarsi. Lo vede e lo sente muoverglisi intorno (e se lo ritrae nella mente e nel cuore, come farà, un giorno, sulle sue tele): nelle due ombre dietro il vecchio lenzuolo-tenda del lettone, nei pagliericci su cui s’annidano i suoi cinque fratelli (Vladimir, il maggiore e il più prepotente, i gemelli ribelli Oliver e Guy, Alice ed Emily, che morirà prematuramente). Quella casa, la sua, che è quasi tutta accucciata in quella sola stanza, è il suo unico mondo, il suo punto d’osservazione e la sua galassia. E ci ruota pur dentro, come in tutto il malconcio quartiere, e ne è sempre un po’ fuori. Cresciuto senza padre, in balia di Vladimir, ne subisce le angherie e le malizie; porge l’orecchio al valzer d’uomini che li culla nella loro stanza, ogni notte, perché Gabrielle, la madre, ha «bisogno di un uomo nel letto» (e non giudica Vladimir, non si lascia “sporcare”, nemmeno quando questi costringe Alice a comportarsi con lui come la madre con quegli uomini). Impara, in casa come altrove, a guardare il disincanto con gli occhi nivei dell’incanto. Impara che, nelle altre famiglie, tutti i fratelli hanno lo stesso padre. Impara la sua diversità, la sua povertà (e la necessità del lavoro), e la indossa con un’intaccabile e inarrivabile serenità. Persino d’innanzi alla morte, alle guerre, non prova affatto tristezza, ma stupore, solo stupore… come se non fosse capace di sentimenti negativi, «come se la verità degli altri non lo coinvolgesse» davvero, mai, fino in fondo. Resta a guardare, «l’angioletto», come in attesa: in attesa che le botte dei compagni finiscano, in attesa d’un Natale quasi mai festeggiato. In attesa di non essere guardato per poterla guardare lui, la vita: i suoi occhi sembrano, infatti, avere nient’altro che sete di immagini…

Louis è l’angioletto laico, la purezza che vive all’inferno. È un paradosso, una speranza. Riporta alla mente L’idiota di Dostoevskij – nonché la difficoltà, per lo scrittore (qui egregiamente superata da Simenon), di «dare vita a un personaggio assolutamente buono nonostante le offese del mondo» – , quel lindore travestito da fasulla dabbenaggine.Si svincola, così, dai mali del suo secolo, suscitando quella meraviglia che lui stesso incarna: in lui, l’elezione equivale ancora alla purezza, quale rinvigorito rimasuglio di un eden perduto (agli antipodi degli “eroi del male” che pullulano, di contro, in buona parte della letteratura contemporanea). Perché Louis ha il dono di saper guardare il mondo, di rubargli la sostanza, l’essenza. È una meraviglia dolce, nelle brutali meraviglie della storia. E le riflette nei suoi quadri, nei suoi fotogrammi di vita, filtrati mediante un occhio che conserva la sua limpidezza anche da anziano, quando diventa una leggenda, «una scritta nel cielo» avrebbe detto Fitzgerald; quando si “trasfigura” e quel che resta sembra essere solo uno sguardo e una tavolozza dai colori puri.



 

 

 

 
 
 
 

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