L’anima ciliegia

Anni Trenta. Il suo nome, Paganina, lo deve al furioso ateismo del padre Pietro che, pur se nel tempo ha mitigato le tirate da mangiapreti delle quali era sempre andato fiero, vede nella secondogenita, la sua preferita, l’erede della passione che per lungo tempo lo ha posto in lite continua con Dio ed i suoi “condomini terreni”. Pietro si aspetta grandi imprese da quella figlia, che è del resto l’unico baluardo rimasto delle colorite agitazioni del suo passato. In realtà Paganina - con la sua “anima ciliegia” per la quale, appena desidera fortemente qualcosa, subito le spunta accanto un altro desiderio apparentemente diverso ma in realtà strettamente legato al primo, come due ciliegie accoppiate, appunto - non ha un’idea precisa di cosa desideri veramente: è piuttosto svagata e bizzarra, effettivamente, trascorre il tempo un po’ danzando, un po’ dipingendo ed un po’ pensando alle grandi imprese che il padre si aspetta da lei. Ma ribelle no, non lo è quasi per nulla. A quindici anni, tuttavia, il suo obiettivo le diventa improvvisamente chiaro: vuole amare fortemente qualcuno e questo qualcuno deve essere un eroe. E l’eroe si palesa anni dopo nella figura di Guglielmo, partigiano in Toscana, miglior amico di Spartaco, fratello maggiore di Paganina, che con Guglielmo ha combattuto l’ultima parte della guerra, fino al giorno della resa della Germania. Paganina, che nel frattempo ha deciso di provare a fare la maestra, con estremo disappunto di Pietro che già la vedeva in giro per il mondo, è certa che sia proprio Guglielmo il suo viaggio per il mondo, la più grande delle sue avventure. Da qui al matrimonio il passo è breve, con buona pace del padre e con somma gioia della madre Anita, già da tempo impegnata a preparare in gran segreto il corredo per la figlia. È simpatica e dolce Paganina, che con leggerezza, ma sempre in bilico tra un impulso ed il suo esatto contrario, vive la propria vita – come le ha insegnato il padre - “per una causa” che porta il nome del marito e che, senza volerlo davvero, si trova circondata da tanti parenti e da eventi che abbracciano un lungo periodo della storia italiana. Desidera amare, desidera dei figli, ma non può fare a meno di rifugiarsi nella sua anima ciliegia che la porta alla ricerca costante della solitudine, pur continuando ad essere figlia, sorella, madre e moglie…

Con levità ed uno stile malinconico, non senza qualche sprazzo di ironia, Lia Levi – premio Elsa Morante nel 1994 con Una bambina e basta – regala istantanee dei protagonisti e del loro tempo storico, come se si trattasse di scene di un film: ogni capitolo, poi, si chiude con una fotografia e, soprattutto, con la relativa didascalia, come a creare un album di famiglia facilmente visualizzabile , che non è solo quello di Paganina stessa, ma porta il lettore a farlo proprio e ad arricchirlo con rimandi continui al proprio vissuto, più o meno lontano nel tempo. Nonostante il punto di vista sia in gran parte quello personale di Paganina, ci troviamo di fronte ad un romanzo corale, il cui fulcro è la famiglia e immediatamente il pensiero va a Lessico familiare, anche se lo stile di Natalia Ginzburg, con le sue asprezze, nulla ha a che fare con la leggerezza e la malinconia dolce della Levi. Non ci sono colpi di scena, non ci sono episodi eclatanti, la grazia e l’armonia con cui le vicende di semplicità quotidiana vengono presentate è tale, da aver quasi l’impressione di udire una sommessa melodia uscire dalle pagine del libro. Una lettura gentile, che prende il lettore per mano e lo conduce sì ad interrogarsi e a scavare nei propri sentimenti, ma gli lascia in dono una sensazione di delicatezza così gradevole da desiderare possa continuare ancora un po’!

 


 

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