L’anno della morte di Ricardo Reis

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Fine dicembre 1935, domenica. A Lisbona piove. La nave inglese “Highland Brigade” approda al molo di Alcântara: è partita dal Sudamerica ed è diretta a Londra. Soltanto pochi passeggeri scendono a terra, “spalle curve sotto la pioggia monotona, portano borse e valigette e hanno l’aria sperduta di chi ha vissuto il viaggio come un sogno di immagini fluide”. Tra loro c’è Ricardo Reis, che torna nel natio Portogallo dopo sedici anni vissuti in Brasile. Fa il medico ma si sente soprattutto un poeta, scrive versi dal 1914, ha quarantotto anni ed è ancora celibe. Un facchino raccoglie i suoi bagagli e li porta ad un tassì, l’autista li carica nel bagagliaio e parte. Reis gli chiede di essere condotto ad un albergo, uno qualsiasi, basta che sia vicino al fiume. C’è solo il Bragança di Rua do Alecrim, allora. Reis viene alloggiato nella camera 201, non sa per quanti giorni, “dipende da certi affari” che dice di dover risolvere. È una bugia, perché Ricardo Reis a Lisbona non ha nessun affare in ballo. Non sa proprio cosa lo aspetta nel prossimo futuro: forse affitterà una casa e aprirà uno studio medico, forse invece tornerà a Rio de Janeiro. Solo un paio di giorni addietro il grande poeta Fernando Pessoa è morto, i giornali ne parlano tutti diffusamente. Alle otto precise l’uomo scende nella sala ristorante dell’albergo, e qui incontra alcuni degli altri ospiti. Al tavolo di fronte al suo si siede una strana coppia: sono padre e figlia, capisce presto Reis, ma la ragazza – che si chiama Marcenda – ha una mano malata, paralizzata, che tiene abbandonata in grembo, “il collo lungo e fragile, il mento sottile, tutta la linea instabile del corpo, insicura, incompiuta”. Una folata di vento improvvisa fa tremare i vetri, per le strade di Lisbona diluvia…

Un uomo grigio e timido torna nel Paese che ha lasciato tanti anni prima. Non ha piani concreti, pare agire spinto dalla vaga sensazione che la morte del poeta Fernando Pessoa abbia lasciato un vuoto che solo lui può in qualche modo colmare, che per lui ci sia una sorta di missione da compiere, di testimone da raccogliere, di testamento a cui adempiere. Vivrà invece – per poco, ahilui – un triangolo amoroso torrido e tenero allo stesso tempo, e verrà visitato da un fantasma: sullo sfondo, una Lisbona plumbea che pare trattenere il fiato in attesa della notte. Questo romanzo di José Saramago – datato 1984 e curiosamente il primo suo libro ad essere tradotto in lingua inglese – rappresentò per lo scrittore una vera sfida: “Nell’atto di (…) misurarmi con Fernando Pessoa fui preso da tanta paura, da un vero terrore di sfidare le ire degli specialisti di Pessoa, io che non avevo né diplomi né attributi né benemerenze note per avventurarmi in quel mondo”, scrisse lo stesso Saramago. Eppure scelse di celebrare a modo suo il cinquantenario della scomparsa del più celebre poeta portoghese, “regalandogli” in un certo senso un altro anno di vita. Pessoa aveva il vezzo di creare scrittori immaginari, tutti suoi alter ego ma ognuno con una sua personalità e uno stile diverso: per questo li definiva suoi “eteronimi” e non semplici pseudonimi. I tre eteronimi più utilizzati furono Alberto Caeiro, Alvaro de Campos e appunto Ricardo Reis, il protagonista del romanzo di Saramago, che è Pessoa ma al tempo stesso non lo è (c’è un momento metaletterario in cui Reis legge un coccodrillo di Pessoa sul giornale e vi trova citato il suo stesso nome, egli è immaginario e reale al tempo stesso, si guarda dal di fuori). Il 1936 è un anno nel quale si leggono – col senno di poi – molti segni inquietanti dell’abisso che sta per spalancarsi in Europa: i nazisti di Hitler celebrano loro stessi con le sfarzose Olimpiadi di Berlino, l’Italia mussoliniana è all’apice della sua sanguinosa avventura coloniale africana, in Spagna scoppia la guerra civile che porterà al potere Francisco Franco, in Portogallo il regime autoritario di Salazar entra nel suo quarto anno. Ovvio quindi che Saramago utilizzi gli ultimi mesi di vita di Ricardo Reis per lanciare un messaggio politico, non lesinando metafore. È una lettura non facilissima (soprattutto se si sa poco di Pessoa e nulla della storia portoghese del 900), una storia malinconica ricca di fascino quanto è povera di punteggiatura.



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