L’arca

L’arca
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La vita le ha create sorelle, solo quattro anni di differenza e due mondi diversissimi di cui farsi carico, ognuna a suo modo. Teresa è la maggiore, quarantaquattro primavere, la più prudente tra le due, con una marcata “vocazione al martirio”, infermiera di professione, due figli arrivati tardi, un marito ‒ Alberto‒, spesso imbarcato su navi mercantili, un gatto persiano e un piccolo appartamento in cui far stare una quotidianità complicata ma possibile. Nadia è la minore, la più avventata, quella che fa un lavoro strano, cercando di catturare suoni e odori in contesti al limite dell’immaginato, ha un marito, Mario, che rappresenta la parte stabile a cui ancorare un’inclinazione costante alla fuga e un figlio, Pietro, sei anni, un piccolo drago di pezza come assistente, e barattoli di vetro dentro ai quali contenere i pensieri che la mamma ha per lui. Teresa e Nadia si perdono di vista un giorno di qualche anno prima, per scelta, per una ferita che ancora non si rimargina, ognuna nei propri spazi, ciascuna con un cammino parallelo da fare. Eppure ci pensa la storia a scombinare gli equilibri quando Nadia si ammala e decide di chiedere aiuto alla sorella. Una scelta sofferta, un percorso che si preannuncia difficile ma che darà a tutti il modo di ritrovare una strada su cui mettersi in salvo o comunque lungo la quale cercare la maniera per ricominciare a guardare il mondo con la giusta prospettiva…

Ester Armanino ha scritto il suo primo romanzo ‒ Storia naturale di una famiglia ‒ nel 2011, un libro pluripremiato che lasciava aperta la strada ad una grande promessa della narrativa italiana. Alla sua seconda prova d’autrice conferma e rende salde le aspettative degli esordi e lo fa parlando sempre di famiglia, ma con una poetica più matura e uno stile che guadagna sostanza ad ogni pagina. Questa è la storia di due sorelle, ma è soprattutto la storia di un bambino meraviglioso, come ce ne sono tanti intorno a noi, un piccolo uomo innamorato di sua madre che fa della missione di salvarla il suo unico obiettivo. L’arca è il mezzo per allontanarla dal naufragio, per spegnere la pioggia, per far sì che, se proprio non si può evitare la caduta, si possa almeno rendere l’atterraggio meno doloroso. Il mondo dei bambini quindi, quello di Pietro, di sua cugina Mia, di Matteo, il figlio dell’edicolante, la fantasia che argina il reale e sposta la tensione su un binario di tenerezza e dolcezza infinite. Proprio lì il mondo dei grandi smette di osservare la vita dalla ringhiera, slaccia ogni cintura di sicurezza, sorpassa i propri limiti e matura. I recinti si abbassano, come in un gioco di cautele a cui si sceglie di contravvenire, il rancore di ieri abdica al bisogno in un passaggio veloce di tempo che ricompatta le singole unità in un nucleo di ritrovato amore. Salvare la bellezza si può e questo romanzo ce lo insegna senza retorica ma con il coraggio e la poesia delle cose che restano.



 

 

 

 
 
 
 

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