L’arcobaleno della gravità

L’arcobaleno della gravità
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Londra, 1944. Le Vergeltungswaffen 2 naziste, meglio note come v-2, piovono sulla città a tradimento, annunciate solo da un caratteristico sibilo, seminando morte e distruzione. Per evitare stragi, si ricorre a frettolose evacuazioni: gruppi di estranei spaventati trasportati nei vagoni della metropolitana fino a stanzoni sotterranei spogli e squallidi. Qui “l’unica cosa da fare è starsene giù distesi ad aspettare, senza muoversi e senza fare rumore. Il grido sta ancora attraversando il cielo”. Stanotte tra gli sfollati c’era anche il capitano Geoffrey Prentice, detto “Pirata”, che in una grigia alba londinese torna a casa sua, una villetta unifamiliare vicino al Chelsea Enbarkment celebre tra amici e vicini per i suoi alberi di banane. Sbadigliando e stiracchiandosi alla finestra Prentice vede in lontananza una scia di V-2. Cosa fare? Correre in caserma? Fuggire in strada? Avvertire i suoi amici che dormono stravaccati qua e là in casa sua? Naaa, meglio raccogliere qualche banana e preparare una delle sue leggendarie colazioni a base di frullato e caffè. Tanto più che non si è sentito nessuno schianto, forse il razzo nazista del cazzo è esploso in aria, succede. Intanto nella casa si sono svegliati tutti, dopo una sbornia più o meno grande: “pisciano nei lavandini del bagno, si guardano sgomenti negli specchietti concavi per la barba, (...) si infilano a fatica le loro cinture Sam Browne, (...) canticchiano brani di canzoni in voga di cui non sempre conoscono il motivo, mentono a se stessi fingendo che le poche chiazze del nuovo sole apparse tra i montanti delle finestre siano sufficienti a scaldarli”. Squilla il telefono: ora Prentice sa dove è caduta la V-2 e perché non è esplosa. Deve andare subito, e mentre esce una delle sue visioni lo coglie d’improvviso. Sì, perché il Pirata ha uno strano potere: sa entrare nelle fantasie altrui, viverle, gestirle. E quelle che lo travolgono adesso sono particolarmente bizzarre...

Ci sono (almeno) due modi di approcciarsi a questo libro mostruosamente lungo - 968 pagine! - e complesso, entrambi validi. Considerarlo un intricato, raffinatissimo romanzo di genere oppure un testo mistico-esoterico, denso di segni, simboli e allegorie. In questa dualità sta forse il segreto della grandezza de L’arcobaleno della gravità, un’opera talmente articolata da meritare - come accaduto, per esempio, a Ulisse di James Joyce - una sorta di guida alla lettura, A Gravity’s Rainbow Companion, firmata da Steven Weisenburger, più volte revisionata in questi quattro decenni per accogliere le teorie più recenti sull’interpretazione del testo di Pynchon. Già il titolo rappresenta un enigma: sono state fatte negli anni una ridda di ipotesi - nessuna confermata o smentita dall’autore - tra le quali la meno cervellotica (ammesso che un significato in senso stretto ci sia) è quella che Pynchon volesse alludere alla scia “arcobalenosa” dei missili V-2 in caduta libera creata dall’attrito con l’atmosfera. Una fascinazione quasi da futurista italiano, se non fosse per l’inquietante atmosfera da sabba che pervade la storia: come ha scritto il critico Richard Locke, “l’emozione operativa dietro al processo creativo di Pynchon è la paura del vuoto, che lui converte in paranoia megalomane, nella ideazione di complesse trame e sottotrame, in epici cataloghi, nella fusione di simboli e metafore, nell’intensa energia verbale, in dettagliatissime descrizioni di ambienti naturali o creati dall’uomo, (...) di litigiosità e umorismo da caserma che conducono a orge drogate o ubriache, di rovesciamenti di ruoli e perversioni sessuali e infine nell’ossessione della mutazione sadomasochistica della carne umana in dispositivi meccanici e materia morta”. L’arcobaleno della gravità si è aggiudicato nel 1974 l’US National Book Award for Fiction (la cerimonia di premiazione fu un vero happening situazionista, tra l’altro) a pari merito con Una corona di piume di Isaac B. Singer, ed è stato inserito da TIME nella lista degli All-Time 100 Greatest Novels. Spesso definito il romanzo-manifesto del postmodernismo, è piuttosto “premoderno” nel senso di profetico e anacronistico al tempo stesso. Antesignano della cultura delle teorie del complotto che impazza su Internet in questi anni, mostra un mondo in cui il caos ribollente in superficie nasconde segreti chiusi dentro altri segreti come in una sinistra matrjoska, un mondo in cui paranoia, entropia e fascinazione per la morte sono i motori della Storia. La commistione di stili, il tourbillon di personaggi (oltre 400) e linguaggi, i rimandi, gli ipertesti sono modernissimi. E però i temi, le ossessioni di Pynchon sono quelle di un uomo fatalmente non contemporaneo: la Guerra Fredda, il Maccartismo, la controcultura degli anni ’60 ’70: questo può spiazzare soprattutto i lettori delle nuove generazioni, condannando il libro a una sacralità da monumento del passato che non lo celebra ma anzi lo sabota, ne mina alla base l’impianto narrativo, l’anima, il senso.



 

 

 

 
 
 
 

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