L’armata dei fiumi perduti

Estate 1944. Tre donne vivono in un paesino del Friuli occupato dalla Wermacht attendendo la fine della guerra con stati d’animo molto diversi. Marta è abbastanza tranquilla, le sembra che la pace e il ritorno alla normalità siano ormai dietro l’angolo, ogni giorno riscopre in sé “la natura indistruttibile che era stata dei suoi avi contadini, che dopo ogni invasione e ogni distruzione incominciavano subito a riedificare, appena le masnade degli invasori erano scomparse dietro l’orizzonte”; l’anziana Esther è terrorizzata dalla paura di essere catturata e deportata in quanto ebrea, ha già perso un figlio giovane che è precipitato in bicicletta giù per una scarpata tentando di sfuggire a un pestaggio; Anita invece – la sorella di Arturo, il fidanzato di Marta partito con l’esercito per la disastrosa campagna di Russia – è tutta presa da ogni futilità, è una povera svampita che si fa sedurre quasi da tutti gli uomini che incontra. Una sera, dopo una lunghissima passeggiata nel bosco, Marta e Anita trovano la casa deserta e a soqquadro: i soldati tedeschi hanno rastrellato il paese e portato via molte persone, tra le quali la povera Esther e gli zingari accampati in riva al fiume. Si è salvato solo il vecchio Haha, che va a vivere con le due donne. Passano i giorni, girano voci di una resistenza partigiana sempre più forte sulle montagne…

Lo scrittore friulano Carlo Sgorlon ambienta questo memorabile romanzo, Premio Strega 1985, tra le maglie di un episodio storico poco conosciuto. Durante l’occupazione nazista dell’Italia del nord, per contrastare una guerriglia partigiana particolarmente efficace, il Comandante superiore delle SS e della polizia di Trieste, Odilo Globočnik, ideò la cosiddetta Operazione Ataman, ovvero il trasferimento di circa 22.000 cosacchi (9.000 soldati, 10.000 familiari e 3.000 bambini) – fedeli alleati dei tedeschi e nemici giurati dei sovietici – in Friuli a bordo di 50 treni merci militari. I partigiani furono rapidamente sconfitti e nacque una “Kosakenland in Norditalien” in cui vennero replicati l’organizzazione sociale, gli stili di vita e persino i nomi dei villaggi cosacchi. Con l’avanzata alleata in Italia, i cosacchi della Carnia però furono costretti alla ritirata verso l’Austria, dove il 9 maggio 1945 si arresero alle truppe inglesi e in grande maggioranza consegnati ai sovietici (a centinaia si suicidarono – molti gettandosi nei fiumi – pur di non subirne le atroci rappresaglie). Sgorlon racconta dunque due tragedie nello stesso tempo: l’odissea del popolo cosacco e il martirio del Friuli intrappolato tra la repressione nazista e fascista, l’avanzata degli Alleati e la guerriglia partigiana. Le voci delle vittime si intrecciano in un coro dolente che le avvicina, le accomuna. L’autore non pare interessato a marcare differenze, a stabilire ruoli, dividere i personaggi tra colpevoli e innocenti, buoni e cattivi. Ma non c’è nulla di assolutorio in questo approccio. È come se il crudele teatro che è la guerra distribuisse i ruoli agli attori a rotazione, come fosse naturale essere una volta vittima e una volta carnefice, o entrambe le cose insieme. Più che la vicenda storica o politica restano negli occhi del lettore quindi le memorabili figure di donne di Sgorlon, soprattutto Marta, così quieta e arcaicamente femminile, così intangibile nella sua pietas contadina, così pigramente sensuale.



 

 

 

 
 
 
 

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