L’arpa d’erba

L’arpa d’erba
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Fu Dolly Talbo a parlarmi per la prima volta dell’arpa d’erba. Quella signora sulla sessantina altri non è che mia zia, tenuta in casa da sua sorella Verena come se fosse motivo di vergogna. D’accordo, Dolly è bizzarra e ha tantissime stravaganze, compresa quella sua mania di preparare intrugli medicinali per curare l’idropisia e intrattenere una fitta corrispondenza con i suoi pazienti, ma Verena e tutto il resto del paese la considerano toccata e cercano di evitarla il più possibile. Dal canto mio, con lei vado molto d’accordo. Ci chiacchiero volentieri e anche Catherine, la nostra domestica, è una persona piacevole e che, guarda caso, è altrettanto malvista da Verena e dal resto del paese. Si prendono tutti molto sul serio da queste parti; sembrano interessati soltanto a lavorare, contare soldi e a pregare Dio per continuare a lavorare e contare altro denaro. Se solo si guardassero più intorno, si accorgerebbero di quante storie avrebbe da raccontare loro l’arpa d’erba, attraverso il vento e i colori accesi e brillanti dei campi. Sono venuto a vivere in Talbo Lane da quando sono rimasto orfano di entrambi i genitori e all’inizio è stato davvero difficile abituarsi alla rigidità di zia Verena ma, giorno dopo giorno, la vita in questa piccola comunità è divenuta tutt’altro che noiosa e quando passeggio per i campi, col sole che mi arrossa la pelle, mi basta rivolgere lo sguardo alla vallata e alle sue infinite tonalità di verde per sentirmi sereno…

Finalista al National Book Award del 1952, L’arpa d’erba è forse l’opera che più di ogni altra riesce a mostrare la delicatezza di un autore in grado di rivelare magistralmente i misteri mai schiusi del bambino che si fa uomo. Ambientato anche in questo caso in quell’America “southern” per cui Capote ha sempre serbato sentimenti di amore e odio, il romanzo possiede un piglio narrativo quasi cromatico, con il lettore che immagina, attraverso le brillanti descrizioni di luoghi e personaggi, dei colori da attribuire ai paesaggi e persino alle molteplici figure che abitano questo breve ma pregnante libro. Il tono è fiabesco, con la follia e la stravaganza che si fanno ponte ideale per far transitare il giovane Collin dalla fanciullezza all’età adulta mentre l’ampio spettro delle emozioni umane è esemplificato, anche in questo caso seguendo lo schema tipico della fiaba, attraverso i suoi personaggi. In una novella Antologia di Spoon River, queste figure riescono a incarnare senza superflua complessità comportamenti e stati d’animo quali la chiusura mentale (Verena Talbo), la rapacità (il dottor Ritz) o l’innocenza (il protagonista) dando immediatamente al lettore la percezione di come l’occhio deformato dalla bonaria follia di Dolly Talbo altro non sia che un occhio puro come quello di un bambino, seppur nel suo essere irrimediabilmente naif. La potente metafora della casa sull’albero, sulla quale pagina dopo pagina saliranno tutti i “buoni”, ben decisi a non scendere più, è la massima espressione di quanto detto poc’anzi sul carattere fiabesco dell’opera, carattere fiabesco che comunque non lesina una lucida e tagliente satira su una certa mentalità diffusa all’epoca in quei luoghi. L’arpa d’erba sembra quindi una di quelle affascinanti storie che i nonni raccontano ai nipoti raccolti davanti al camino, una narrazione che va al di là dei tempi e delle contingenze, e di cui le piccole realtà locali abbondano.



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