L’ascesa di Levinsky

L’ascesa di Levinsky

David Levinsky nasce nel 1865 a Antomir, nella Russia nord-occidentale, da una famiglia ebraica. Di suo padre ricorda poco o nulla: una barba fulva e l’enorme candela posta vicino al suo corpo defunto. Lo perde infatti quando ha solo tre anni: nella sua memoria, immagini confuse di sua madre che lo porta in braccio in sinagoga per l’ultimo saluto. Trascorre l’infanzia nella miseria più nera. “Antomir, che aveva circa ottantamila abitanti, era una città dove bastavano poche migliaia di rubli per essere considerati ricchi sfondati e noi eravamo tra i più umili e poveri”. Sua madre si spezza la schiena per trovargli cibo e sostentamento. Si umilia a chiedere un aiuto economico a dei parenti perché David possa avere una formazione, le scuole di istruzione religiosa costano ma vuole assolutamente che suo figlio ne possa frequentare una. I maestri in genere insegnano nelle proprie abitazioni; imparare è anche un’esperienza cruda, c’è lo studio, ci sono le botte. A tredici anni viene ammesso alla scuola di studi talmudici. David è interessato alle letture sacre, si appassiona a ciò che apprende; a sedici anni si diploma e decide di proseguire gli studi. La madre ne è davvero orgogliosa ma la felicità per lei è destinata a durare poco. È il giorno della festività ebraica di Purim quando David, nel rientrare a casa, viene bloccato e aggredito pesantemente da un gruppo di giovani cristiani. La madre quando lo vede conciato in malo modo, decide di uscire e trovare vendetta. “Tu fila a casa”, gli intima mentre lui cerca invano di farla desistere. Saranno le ultime parole che le sentirà dire. La ritroveranno morta, vittima di un atroce pestaggio. È tra questi dolori e queste difficoltà che David matura la decisione di partire per l’America. Trova protezione in una famiglia benestante, si innamora della loro figlia, Matilda, ma non si toglie dalla testa gli Stati Uniti. Dopo varie peripezie e improvvisati benefattori, riuscirà a partire, seppur con solamente pochi centesimi in tasca. Beffardo il destino che anni dopo invece lo vedrà detentore di un patrimonio da milioni e milioni di dollari…

Li hanno definiti “greenhorn”, costituiscono la prima generazione di scrittori ebraico-americani e di costoro Abraham Cahan rappresenta uno degli esempi più importanti anche se finora poco conosciuto e apprezzato nel nostro paese. La casa editrice emiliana Mattioli 1885 lo ha riscoperto. L’ascesa di Levinsky è la sua opera più corposa, in certi sensi più autobiografica – la prima stesura ha come titolo proprio Autobiography of an American Jew – e David Levinsky, il protagonista, si configura come una sorta di suo alter ego. In realtà non mancano le analogie tra i due ma nemmeno le differenze. Entrambi sono ebrei provenienti dall’Europa dell’Est. Cahan nasce in un villaggio povero della Lituania, vicino alla capitale Vilnius, nel 1860, così come Levinsky proviene dalla fredda e truce Russia nord-occidentale. Tutti e due cercano il “sogno americano” e in modo diverso lo trovano e lo realizzano. Levinsky, da squattrinato ambulante diventa una specie di magnate nel settore dell’abbigliamento. L’ascesa di Cahan invece avviene nel mondo del giornalismo. Fonderà infatti il “Jewish Daily Forward”, quotidiano in lingua yiddish che si affermerà negli anni fino a diventare, tra tutti i giornali non in lingua inglese, il più letto degli Stati Uniti. Lo dirigerà fino alla sua morte, che avverrà a New York nel 1951. Da Levinsky lo differenzia anche un’appartenenza politica marcata. Negli anni infatti Cahan si avvicina al socialismo. Per Levinsky invece la politica rimane sullo sfondo, guarda con attenzione il fermento che c’è nella società, nei suoi stessi operai, che lottano per loro diritti, ma sempre da una certa distanza, come se non gli appartenesse né questa né altra ideologia, come se fosse, e di fatto lo è, dall’altra parte di una barricata. “Non avevo un credo né ideali. L’unica cosa in cui credevo era la fredda, grigia, teoria della lotta per l’esistenza e la sopravvivenza del più adatto”, scrive. L’elemento centrale di questo lungo romanzo è la presenza, in Levinsky, di un perenne scontro tra realtà e spiritualità, tra ideali e vita vissuta. La religiosità, la passione per gli studi talmudici, che avevano caratterizzato la sua gioventù, fanno spazio negli anni a una vita di soddisfazioni materiali, di opulenza. L’ascesa di Levinsky è la storia di un percorso umano complesso, di una realizzazione materiale che nasconde al suo interno una costante frustrazione, un tradimento dei propri valori. Una smania di emergere che si traduce, alla fine, in un successo che odora di fallimento. Emblematico questo passaggio: “Ero solo, un uomo solo. Una vita travolgente, piena di dinamismo e con un senso di trionfo – un’esistenza piena di sollecitazioni e che mi godevo in moltissimi modi, comprese le donne e tutto il resto. Ma dentro di me sapevo d’essere solo, sempre solo”. Un romanzo sull’immigrazione, sui cambiamenti e sulla società americana a cavallo tra Ottocento e Novecento.



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