L’assassinio del commendatore ‒ Idee che affiorano

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Riprendere in mano la propria vita è difficile, soprattutto quando da una comfort zone ci si trova a dover affrontare situazioni che mai si potrebbe pensare di affrontare. Un lavoro dignitoso, ritrattista su commissione per clienti selezionati e generalmente facoltosi, un matrimonio felice con Yuzu, in barba all’odioso padre di lei, un’esistenza tranquilla e serena. A un tratto però tutto cambia e quella che sembra una vita a misura d’uomo si trasforma in un incubo. Una richiesta di divorzio perché lei ha un altro, un’ispirazione che di conseguenza va scemando come i ricchi committenti, e una casa che, pur essendo la propria, non gli appartiene più. Da lì in poi è un lungo vagabondare, tra campeggi, business hotel e tanti altri luoghi impersonali e spersonalizzati, fra incontri fugaci e pasti frugali finché non capisce che bisogna riprendere in mano le redini della propria esistenza. Ci vuole il calore di un amico, Amada Masahiko – figlio del famoso pittore Amada Tomohiko, ormai vittima di una demenza senile così accentuata da rendergli difficile la distinzione tra un’opera e una padella – e una full immersion di natura per provare a dimenticare il passato e a costruire un nuovo futuro. Masahiko gli ha concesso di vivere nella vecchia casa del padre e, per evitare la sindrome di Shining, gli ha trovato un tranquillo lavoro come insegnante alla piccola accademia d’arte locale. Forse da qui si può ricominciare a essere uomini e, forse, artisti…

Sono trascorsi quattro anni dall’ultimo romanzo e tre dall’ultima raccolta di racconti di Murakami Haruki, che torna in libreria oggi, rompendo il silenzio con L’assassinio del commendatore, romanzo diviso in due parti, Idee che affiorano e Metafore che si trasformano. In questa prima parte ci si accorge subito che l’autore originario di Kyoto ha pubblicato un’opera matura e perfettamente in equilibrio tra le molteplici dimensioni che animano la sua policroma produzione. Con il suo consueto stile elegante ma mai ridondante, Murakami Haruki fa muovere le sue anime spezzate – un pittore rimasto solo dopo la brusca fine del suo matrimonio, un ricco e misterioso uomo dal piglio dandy e pieno di segreti, e un artista che pur non essendo fisicamente presente nella narrazione, fa sentire la sua presenza attraverso il suo quadro più inquietante, quadro che dà il titolo all’intero romanzo – su un palcoscenico ovattato e sottilmente cupo, in cui non si riesce a comprendere quale sia il discrimen tra realtà e finzione ma, soprattutto, tra mondo reale e soprannaturale. Lo scrittore giapponese mette molta carne al fuoco ma riesce comunque a tenere salde le briglie di una narrazione a doppio binario che da un lato si concentra sull’approfondimento psicologico dei personaggi che brillano tutti per complessità e ambiguità – soprattutto il misterioso Menshiki, sfuggente e enigmatico, al pari del Jay Gatsby di fitzgeraldiana memoria – e dall’altro conduce il lettore in un universo straniante, fatto di folklore, arte, natura e magia. Il protagonista, ritrattista che prova a ricostruirsi una vita dopo il naufragio del suo matrimonio, vive in solitudine nella casa lasciatagli dall’amico Amada Masahiko, e cerca di ritrovare l’ispirazione perduta impiegando il suo tempo tra pittura, lezioni alla piccola accademia locale e sesso anestetizzante, ma i risvegli nel cuore della notte per colpa di una campanella che flebilmente suona attraverso il bosco e il misterioso legame con il quadro L’assassinio del commendatore, trovato in un’intercapedine della soffitta, lo staccano ogni giorno di più dalla placida quotidianità. Come evolverà quest’opera sarà possibile saperlo solamente leggendone la seconda parte, ma da quello che si è potuto assaporare in queste quattrocento pagine, ci troviamo davanti a un autore in forma e nel pieno della maturità artistica, dopo qualche anno trascorso tra lavori minori e silenzi.



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