L’assassinio del commendatore ‒ Metafore che si trasformano

L’assassinio del commendatore ‒ Metafore che si trasformano
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Alle dieci in punto ecco arrivare la solita Toyota Prius guidata da Akikawa Shoko, la bella zia di Akikawa Marie, l’ignaro soggetto del ritratto che Menshiki gli ha commissionato. È passato del tempo da quando si è insediato nella casa/atelier di Amada Tomohiko e di cose ne sono successe a bizzeffe. Prima il suono della campanella a turbare i suoi sogni, poi quella buca nel bosco scoperta insieme al suo bizzarro “vicino di casa” e infine quell’essere che ha preso le sembianze del commendatore dell’omonimo quadro ma che sostiene di essere nientemeno che un’idea. Non si può certo dire che ci si annoi, anche se il pensiero di Yuzu di tanto in tanto torna a fare capolino nella vita di questo pittore che ancora deve abituarsi al cambiamento radicale che ha investito la sua esistenza. Pian piano le cose stanno cambiando e i bizzarri avvenimenti che lo circondano stanno diventando giorno dopo giorno piacevoli ossessioni che lo allontanano dalla malinconia. Va bene così, anche se ciò che sta succedendo attorno a questo professionista della tela è tutt’altro che un divertissement, e ormai i tempi sono maturi per scoprire che dietro tutto questo c’è qualcosa di estremamente preciso e, al tempo stesso, sfuggente…

Per il lettore è facile riannodare le fila di questo secondo libro dell’ultimo romanzo di Murakami Haruki, tanto era affascinante la prima parte. Ricapitolando, ci troviamo con un pittore in crisi che si sta timidamente riaffacciando alla vita, un misterioso e magnetico individuo di nome Menshiki (che in giapponese significa “senza colore”), una bizzarra presenza uscita fuori da una buca-santuario, la giovane Akikawa Marie che è oggetto delle attenzioni pittoriche del protagonista e affettive (paterne?) del già citato Menshiki e l’inquietante quadro di Amada Tomohiko, L’assassinio del commendatore, che ammanta di buio l’intera cornice narrativa. Di carne al fuoco ce n’è tanta, e uno scrittore maturo e navigato come il giapponese non si lascia certo intimorire dai tanti interrogativi inevasi che animano la prima, brillante parte del romanzo, sebbene in questa seconda parte la tanto attesa svolta degli eventi tardi a manifestarsi, avviluppandosi in un finale onirico e surreale che, a metà tra Dante e Lynch, spiega per non spiegare, colpendo il lettore più per potenza immaginifica che per reale potere chiarificatore. Qualcuno potrebbe dire che non è necessariamente un male, ma la concretezza di tanti interrogativi posti nella prima parte, ad avviso di chi scrive, poco si presta a spiegazioni eccessivamente metafisiche. L’intento dell’autore è senza dubbio metaforico, con il protagonista che nell’indagare ciò che lo circonda in realtà indaga se stesso e in particolare il suo rapporto con la quasi ex moglie Yuzu e il ricordo della sorella morta in giovane età, sensazioni e ricordi passati che zavorrano il presente impedendo di proiettarsi nel futuro. Caratteristica comune alla maggior parte dei personaggi ritratti da Murakami Haruki è proprio questo stato di sospensione, che li investe da capo a piedi, in pensieri, parole e opere, e li condanna a non vivere in pieno, e tale sospensione tocca anche il lettore, che sebbene si lasci consolare da un finale ricompattante, in cuor suo sa che avrebbe voluto leggere di più.



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