L’assassino che è in me

L’assassino che è in me

Central City è una piccola tranquilla cittadina del Texas. Il vicesceriffo Lou Ford è un tipo strano, non gira armato e ha una sua teoria secondo la quale è meglio parlare con chi ha qualche problema o potrebbe crearne, perché la violenza genera reazioni violente e a lui non piace. Che poi - a dirla proprio tutta - la città è così piccola che non ha nemmeno un regolare corpo di polizia. Durante un repulisti, così lo chiamano a Central City, ha incontrato Joyce Lakeland, una prostituta. Se ne ricorda quando dopo qualche mese lo sceriffo Maples gli chiede di convincerla a lasciare la città e lui va a casa della donna per capire come e cosa fare. La richiesta è partita da Conway, Chester Conway. Il costruttore edile con cui Lou ha un conto in sospeso. Joyce non solo rimane a Central, ma tra lei e il vicesceriffo Ford inizia una relazione, uno strano legame di cui nessuno deve sapere per tante ragioni. Lou ha le sue motivazioni, vederla gli ha fatto scattare qualcosa, una pulsione che lo accompagna da tanti anni. Quella pulsione che lui chiama “la malattia”. È qualcosa che lo spinge a uccidere, qualcosa contro cui non è in grado di fare assolutamente niente se non assecondare l’impulso. Nella “decisione” di non scacciare Joyce dalla città non c’è solo la consapevolezza che la ucciderà, ma anche il desiderio, la necessità insopprimibile di vendicarsi, che la vedrà protagonista per essere soddisfatto...

Un romanzo del 1952, ma denuncia la sua età solo nella descrizione della cittadina in cui si svolge e forse nel linguaggio che usano i protagonisti, lontano anni luce dal politically correct che impera oggi. Un romanzo crudo non di genere, non classificabile ma affascinante. Secondo il Re - Stephen King, of course – che nel 1988 ne scrisse la prefazione, è un libro che merita il suo posto accanto ai grandi classici come Moby Dick e Le avventure di Huckleberry Finn o Fiesta. In effetti una volta fatta decantare la lettura e assorbita l’inevitabile distanza temporale, non si può che dare ragione al buon King. È davvero un capolavoro. Un autoritratto di assassino, di uno psicopatico come tanti, che potremmo incontrare in qualunque momento sulla nostra strada, inserito nella sua comunità al punto di essere un vicesceriffo, di amministrare – nei modi e nelle circostanze dell’epoca – la legge. Un racconto agghiacciante nella sua lucidità, nelle descrizioni del perché egli “debba” uccidere secondo la sua logica (che peraltro in alcuni punti è ineccepibile se si prescinde dall’omicidio). Con Thompson si intuisce da dove venga un certo tipo di scrittura. Quella dello stesso King, o di Joe R. Lansdale. Dialoghi asciutti pieni di sottintesi di non detti, ma inequivocabili. Frasi lapidarie apparentemente semplici ma in realtà di una profondità abissale (“Ti sei mai soffermato a pensare che ci sono mille modi per morire, ma un modo solo di essere morti?”). Un autore, Jim Thompson, che come molti suoi illustri predecessori non è diventato ricco e famoso in vita, ma che, ora che è stato riportato sugli scaffali delle librerie, andrebbe assolutamente letto.



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