L’assassino di Banconi

L’assassino di Banconi
Bamako, capitale del Mali. In una latrina del quartiere povero di Banconi viene rinvenuto il cadavere di una giovane donna. Sembra che Sira abbia sofferto molto prima di morire, apparentemente per un malore. L’unico a sostenere la stranezza della morte della donna e a chiedere di aspettare prima di darle la sepoltura per accertarne le cause della morte è suo figlio Ibrahim, mentre l’intero quartiere viene convinto dal marabutto Ladji Silla, una specie di santone, a non sfidare l’ira di Allah, l’unico in grado di dare e togliere la vita. Nel frattempo, sempre a Banconi, vengono trovati altri due cadaveri, sempre all’interno di una latrina e con la medesima espressione di terrore e dolore. Come se non bastasse, pare che in città ci sia un traffico di banconote false e che qualche sedizioso voglia indurre il popolo alla rivolta. Il commissario Habib e il suo collaboratore, il giovane ispettore Sosso, hanno poco tempo per portare avanti le indagini prima che il caso sia assegnato alla D2, la spietata polizia politica, famosa per la sua crudeltà nel torturare le sue vittime…
“Uno dei più grandi scrittori africani contemporanei”: sono queste le parole con le quali il quotidiano francese Libération ha definito Moussa Konaté, autore maliano che, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, è stato per molti anni insegnante alla École Normale Supérieure di Bamako. Proprio la capitale del Mali è al centro della vicenda narrata ne L’assassino di Banconi, secondo romanzo di Konaté tradotto in Italia, con la descrizione di uno dei suoi suoi quartieri più poveri: Banconi, fulcro di un’indagine basata sull’intuito del commissario Habib – uomo dai metodi legali e nemico della cruenta polizia politica – e sull’intraprendenza del giovane ispettore Sosso, entrambi determinati nel voler scavare un terreno fitto, costituito dalla superstizione dettata dalla solita cerchia che impiega la religione per scopi personali, usando il popolo come un grande burattino tirato dai fili dell’ignoranza. L’Africa raccontata da Konaté, infatti, è quella della povera gente che affolla le strade, delle prostitute, della fame e la sporcizia, presenze costanti e ingombranti dei vicoli. Una terra che vive di contraddizioni, di suoni, di odori, in una totale sinestesia ossimorica che lo scrittore maliano dipinge con un linguaggio asciutto e frizzante, attraverso il quale ci comunica che, nonostante i secolari problemi che attanagliano il continente nero, esistono uomini e donne che lottano quotidianamente per ribadire la propria dignità e il proprio amore nei confronti delle proprie radici. Gente come il commissario Habib e l’ispettore Sosso. Gente come Moussa Konaté.

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